Storia delle Discipline (clicca la disciplina che desideri leggere)

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    J U D O

    1.
     Jigoro KanoIl Judo (“via della cedevolezza” dal giapponese ju = cedevole, gentile, ragionevole, efficace e do=cammino, via intesi in senso spirituale) è un tipo di lotta elaborato da Jigoro Kano(vedi foto) fondendo i principi di varie scuole di ju- jitsu (arte gentile o della flessibilità): E’ una tecnica di combattimento senza armi, secondo alcuni derivata dalla Cina e comunque razionalizzata dai samurai giapponesi.

    Jigoro Kano fonda la sua scuola, il Kodokan (“luogo dove si studia la Via”) nel 1882: da allora il Judo si diffonde in ogni angolo del mondo. In poco più di un secolo milioni di persone conoscono ed apprezzano il “nuovo stile di lotta, che non è soltanto una micidiale arte di combattimento, ma una forma educativa del corpo e dello spirito” (Livio Toschi - a cui vanno attribuite, salvo indicazione contraria, tutte le citazioni virgolettate).

    Circa settanta anni dopo la sua ideazione, il Judo viene accolto nel grande consesso olimpico (1964 a Tokio sperimentalmente e dal 1972 in via definitiva). E’ la consacrazione di una vera filosofia di vita, che esalta “la capacità di dominare le circostanze senza opporvisi, arrivando a sconfiggere un avversario cedendo apparentemente al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti per lo più circolari e rivolgere quindi contro di lui la sua stessa forza”.

    In Italia il Judo giunge per canali insoliti: i primi praticanti in assoluto della cosiddetta “lotta giapponese” sono i marinai del Marco Polo, e successivamente dell’Incrociatore Vesuvio, che nel 1906 prestano servizio nel Mar della Cina. Il primo italiano abilitato all’insegnamento del ju jitsu (poi Judo) è il timoniere Luigi Moscardelli; fra i suoi allievi si distingue il cannoniere scelto Carlo Oletti. Proprio a lui verrà affidata nel 1921 la cattedra di judo presso la Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica, da cui venne irradiata la cultura judoistica nel nostro Paese: si può affermare che non esiste Maestro italiano di judo che, alla lontana, non sia in definitiva discepolo di Oletti. E proprio ai Maestri, ed al lavoro da loro svolto nelle società, si deve la travolgente diffusione di questo sport, che riscuote successo non solo per l’indiscusso fascino dei principi filosofici ed orientali a cui si ispira, ma soprattutto per i suoi elevati contenuti educativi e formativi. Sull’argomento si espresse con estrema chiarezza lo stesso Jigoro Kano, constatando  con soddisfazione come parecchi dei suoi allievi occupassero posti di responsabilità in campo politico e nell’impegno sociale. ”Il loro lavoro è gravoso – affermò nel suo articolo “Yuko-no-katsudo” del febbraio 1922 – ma sono certo che, grazie all’esercizio del Judo essi sono in grado di spingersi oltre laddove altri rinunciano perché sopraffatti dalla fatica fisica e mentale. Come pure nel lavoro dipendente, di fronte a un dovere urgente, chi è allenato col judo difficilmente rimanda all’indomani, perché con l’allenamento si acquista la forza di sopportare tutte le incombenze…limitandoci a queste banali riflessioni, comprendiamo quanto sia importante e utile l’apporto della nostra disciplina alla società”. Per questo motivo, continua il Fondatore, bisogna ricordare soprattutto “ che il Judo è una disciplina utile ed efficace tanto per l’educazione fisica quanto per l’addestramento morale e intellettuale. Ogni insegnante deve concepire l’addestramento sotto forma di educazione. Per quanto riguarda il fisico occorre uno studio accurato ed approfondito di materie basilari, come fisiologia, igiene e patologia, tenendo presente l’età, le caratteristiche fisiche ed il livello d’istruzione della persona per adattare la pratica al livello di apprendimento (…) egualmente nel campo intellettuale ogni occasione è buona per allenare la mente attraverso l’osservazione, l’immaginazione, il discernimento e la pratica quotidiana”.

    L’aspetto agonistico del Judo viene man mano evidenziato e stimolato dall’introduzione di varie competizioni nazionali ed internazionali.

    Per quanto ci riguarda più da vicino va ricordato che i primi campionati italiani vengono disputati a Roma nel 1924; i primi campionati europei nel 1951 a Parigi (unico italiano in gara Elio Volpi) e la prima rassegna iridata nel 1956 a Tokio in unica categoria (la prima partecipazione italiana si ha nel 1961 a Parigi con Tempesta, Venturelli e Zanchetta).

    Citando Nicola Tempesta si entra nella vera storia del nostro Judo agonistico. La carriera di questo grandissimo judoka napoletano purtroppo si sviluppa e tocca i vertici quando le Olimpiadi non esistono ed i Campionati Mondiali non hanno ancora assunto precisa fisionomia e cadenza regolare. E’ campione europeo nel 1957 e nel 1961; si aggiudica anche sei medaglie d’argento e cinque di bronzo fra individuali ed a squadre. Per cinque volte è tricolore delle cinture nere.

    In campo olimpico l’Italia del Judo si colloca nel medagliere nel 1976. Ai Giochi di Montreal vince la medaglia di bronzo Felice Mariani: ha 22 anni, si presenta in Canada con il titolo europeo juniores conquistato nel 1974 e con il bronzo mondiale del 1975. Sono gli inizi di una folgorante carriera che lo vede tre volte campione d’Europa (con un argento) ed altre due volte sul podio mondiale. Tesserato per il Gruppo sportivo della Guardia di Finanza, non può partecipare ai Giochi Olimpici di Mosca del 1980 a causa del boicottaggio perdendo una grande occasione. Attualmente è direttore tecnico delle Fiamme Gialle ed Allenatore della Squadra nazionale.

    In quelle stesse Olimpiadi comincia a brillare la stella di Ezio Gamba. E’ lui che porta la prima medaglia d’oro olimpica al nostro Judo; anche ai successivi Giochi di Los Angeles (1984) è assoluto protagonista conquistando una medaglia d’argento che, in definitiva, non compensa interamente il suo valore.

    Nella successiva competizione Olimpica (Seul 1988) il Judo azzurro conquista la sua prima medaglia al femminile: in un torneo inizialmente dimostrativo, Alessandra Giungi è medaglia di bronzo. E le donne iniziano così una serie senza interruzioni: Emanuela Pierantozzi argento a Barcellona 1992 e bronzo a Sydney 2000 (vedere più avanti il suo personale ed eccezionale albo d’oro); Ylenia Scapin bronzo ad Atlanta 1996 ed a Sydney 2000; Lucia Morico bronzo ad Atene 2004; impresa straordinaria di Giulia Quintavalle oro a Pechino 2008.

    Gli uomini non stanno a guardare: Girolamo Giovinazzo realizza un’accoppiata olimpica con un argento ad Atlanta ed un bronzo a Sydney, mentre Giuseppe Maddaloni nei Giochi del 2000 dona al Judo italiano la seconda medaglia d’oro. Il positivo momento del Judo italiano prosegue. Fra l’altro, la squadra maschile vince il titolo europeo nel 2001 mentre nel 2002 il team nazionale torna dai Campionati Europei di Maribor con sette medaglie tra cui il titolo di Cinzia Cavazzuti e l’argento di Lucia Morico. 

    Lucia Morico è campionesssa continentale nel 2003 (con Pina Macrì medaglia d’argento e la coppia Scapin-Bianchessi medaglia di bronzo), imitata nel 2004 da Francesco Lepre. Sul podio degli ultimi campionati europei ancora Ylenia Scapin  e Roberto Meloni, argento nel 2005 e bronzo nel 2006, mentre ai Mondiali del 2005 al Cairo Francesco Bruyere vince un argento di altissima quotazione.

    Il 2006 è l’anno del grande ritorno di Pino Maddaloni ai vertici assoluti, con la conquista a Tampere della medaglia d'argento.

    Nel Judo le classi di età sono le seguenti: i cadetti hanno 15, 16 anni; gli juniores 17,18 e 19 anni; i seniores da 20 a 35 anni. Le categorie di peso sono, per i seniores maschi, chilogrammi 60; 66; 73; 81; 90; 100 ed oltre 100; per le femmine di chilogrammi 48; 52; 57; 63; 70; 78 ed oltre 78. Le stesse categorie di peso sono previste per le competizioni internazionali, nonché per i Giochi Olimpici: vengono perciò assegnate 14 medaglie d’oro 386 con la partecipazione massima di 386 atleti.

    Elenchiamo di seguito i vincitori(solo medaglia d'oro) delle massime competizioni internazionali.

    GIOCHI OLIMPICI – Ezio Gamba 1980; Giuseppe Maddaloni 2000; Giulia Quintavalle 2008

    CAMPIONATI MONDIALI – Margherita De Cal 1980; Maria Teresa Motta 1984; Emanuela Pierantozzi 1989 e 1991; Alessandra Giungi 1991

    CAMPIONATI EUROPEI – Nicola Tempesta 1957 e 1961; Laura Di Toma 1976 , 1980 e 1983; Felice Mariani 1978, 1979 e 1980; Margherita De Cal 1980 e 1981; Patrizia Montaguti 1980; Maria Teresa Motta 1983; Alessandra Giungi 1988 e 1995; Emanuela Pierantozzi 1989 e 1992; Girolamo Giovinazzo 1994; Giuseppe Maddaloni 1998 e 1999; Cinzia Cavazzuti 2002;  Lucia Morico 2003; Francesco Lepre 2004

    GIOCHI DEL MEDITERRANEO – Giuseppe e Alfredo Vismara 1971; Mario Daminelli 1975; Felice Mariani 1979 e 1983; Ezio Gamba 1983 e 1987; Yuri Fazi 1983; Girolamo Giovinazzo 1991, 1993 e 1997; Massimo Sulli 1991; Emanuela Pierantozzi 1997; Dario Romano 1997; Michele Monti 1997; Luigi Guido 1997; Cinzia Cavazzuti 2001; Ylenia Scapin 2001; Lucia Morico 2001; Roberto Meloni 2001 e Denis Braidotti 2001; Ylenia Scapin 2005, Pino Maddaloni 2005.      

    K A R A T E

    2.

    Il Karate (letteralmente “mano vuota” anche se un tempo si chiamava “mano cinese”) . Il Karate sportivo, ormai praticato in tutto il mondo, attende ancora la sua introduzione nel programma dei Giochi Olimpici.

    Pur essendo antichissima arte marziale di origine cinese (là si chiamava chuan-fa) ha una precisa data di nascita che viene indicata agli inizi degli anni ’20. Così come ha un suo padre fondatore, Gichin Funakoshi, nato nel 1868 a Shuri, cultore delle arti di combattimento, abile calligrafo, uomo di cultura ed insegnante in una scuola elementare. Elaborò una sua forma di “tode” (che significa “mano cinese” ed era forma di autodifesa) che venne apprezzata addirittura dal futuro Imperatore Hirohito che la conobbe nel 1921 durante una sua visita al castello di Shuri.

    Passo dopo passo il Karate venne sempre più apprezzato tanto che nel 1931 fu riconosciuto dal Butokukai, l’organizzazione imperiale per l’educazione della gioventù. In Italia il Karate incominciò ad avere una certa diffusione negli anni ’60: in quel periodo si ebbero le prime associazioni a Roma (AIKI), a Firenze (FIK) ed a Milano (AIK). Fra i promotori da segnalare il maestro giapponese Hiroshi Shirai e gli italiani Malatesti, Basile, Parisi e Falconi.

    Nel maggio del 1966, in occasione dei primi campionati europei, l’Italia partecipò con una squadra mista formata da atleti della AIKI e della FIK e si classificò al terzo posto; nel luglio dello stesso anno AIKI e FIK si fusero dando vita alla Federazione Italiana Karate, con Augusto Ceracchini Presidente dal 29 gennaio 1967; lo stesso Ceracchini il 10 maggio 1969 venne eletto alla Presidenza della Unione Internazionale di Karate.

    Il combattimento di Karate sportivo ripropone, a mani nude, l’antico duello che i samurai effettuavano con la spada. I contendenti debbono piazzare un colpo risolutivo, teoricamente mortale. I colpi sono portati alle parti più vulnerabili del corpo con quelle armi naturali che sono i pugni ed i calci: ma il colpo deve essere fermato prima che colpisca il bersaglio. Le competizioni si differenziano fra Kumite (combattimento) e Kata (forme). “La competizione di Kumite – sottolinea il Direttore Tecnico Nazionale Pier Luigi Aschieri – si configura come un combattimento libero fra due avversari vincolati a non nuocersi. Ciò avviene attraverso il controllo di colpi (inibizione cinetica) che trasferisce l’azione-attacco dal piano reale a quello simbolico… Si tratta di un combattimento rituale dove i due avversari si confrontano per ottenere la vittoria, nell’ambito disegnato dalle regole e sulla base di capacità ed abilità psicofisiche”. Considerando che le azioni debbono esprimere reali quantità di energia cinetica, comunque controllata prima del contatto, il problema dell’atleta è quello di realizzare una situazione che sintetizzi realtà (potenza) e simbolicità (controllo).

    Si tratta comunque di uno sport in cui la vittoria premia non la “superiorità oggettiva” (come il KO del pugilato) ma la “superiorità tecnica”. Il Karate è sport agonistico per eccellenza e richiede quindi ai suoi praticanti piena maturità psico-fisica e tecnica. Si giungerà all’agonismo solo dopo essersi sottoposti ad una preparazione intensiva e continua; dopo aver assimilato una tecnica che consenta di dirigere colpi esplosivi ma controllati di pugno e di calcio; dopo aver acquisito ottima condizione atletica e maturità sul piano fisico, psichico e morale (Luridiana-Falsoni) Per la ricchezza del suo contenuto motorio, il Karate ha i requisiti indicati nel considetto VARF, il possesso cioè di velocità, agilità, resistenza e forza.

    Ai fini formativi, diretti a sviluppare le qualità del carattere, il Karate può dare in tempi brevi sensibili miglioramenti. La costante frequenza del “dojo” esalta attenzione, volontà, tenacia, spirito di sacrificio, autocontrollo, fiducia in se stessi, animo virile ed autosufficienza contribuendo a sviluppare la lealtà, il coraggio, il senso di disciplina e di responsabilità, la socievolezza (Enrile). Si tratta perciò di attività consigliata ai giovani, alle donne ed agli uomini, anche alle persone anziane.

    Il Karate italiano si è sempre comportato da protagonista assoluto in campo internazionale. Anche se ai fini statistici nel medagliere federale si è tenuto conto solo dei risultati conseguiti dal 1995, anno in cui il Karate divenne Settore della Federazione, non si possono certo ignorare i tre titoli mondiali vinti da Giovanni Ricciardi nel 1980, da Gian Luca Guazzaroni nel 1988 e da Davide Benetello nel 1994. A seguire l’elenco degli altri vincitori di manifestazioni internazionali, ricordando che il Karate non è stato ancora incluso nel programma olimpico.

    I VINCITORI DI TITOLI

    WORLD GAMES - Chiara Stella Bux 1997; Claudio Della Rocca 1997;  Salvatore Loria 1997; Salvatore Loria 2001; Gennaro Talarico 2001; Michele Giuliani 2005; Giuseppe Di Domenico 2005;

    CAMPIONATI MONDIALI - Giovanni Ricciardi 1980; Gian Luca Guazzaroni 1988; Davide Benetello 1994; Giuseppe Di Domenico 2002; Luca Valdesi  2004 (2) e 2006 (2); Vincenzo Figuccio 2004 e 2006; Lucio Maurino 2004 e 2006; Sara Battaglia 2006; Stefano  Maniscalco 2006; Luigi Busà 2006;

    CAMPIONATI EUROPEI Davide Benetello 1995, 2000; Massimiliano Oggianu 1995; Michela Nanni 1995; Salvatore Loria 1997, 1998; Roberta Minet 1997, 1998; Roberta Sodero 1997, 1998, 1999, 2000; Gennaro Talarico 1998,1999, 2001; Chiara Stella Bux 1999; Luca Valdesi 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006; Giuseppe Di Domenico 2002; kata a squadre maschile (Vincenzo Figuccio, Lucio Maurino, Luca Valdesi) 2003, 2004, 2005; Stefano Maniscalco 2004 e 2006; Francesco Ortu 2005;

    GIOCHI DEL MEDITERRANEO Michela Nanni 1997, Roberta Sodero 1997; Chiara Stella Bux 1997; Zaira Sottanelli 1997; Gennaro Talarico 1997; Davide Benetello 1997; Selene Guglielmi 2005; Ciro Massa 2005; Stefano Maniscalco (due ori) 2005.

     A I K I D O

    3.
     Cos’è l’Aikido? La più completa risposta è quella che dà Paolo Nicola Corallini, l’uomo che lo ha introdotto in Italia: "l'Aikido è l’arte marziale creata da O Sensei Morihei Ueshiba. Esso differisce da ogni altra arte marziale in quanto è esclusivamente applicata alla difesa personale, in essa mancano movimenti di attacco ed in questo si debbono individuare i suoi principi etici e filosofici. L’enfasi dell’Aikido – ricorda il Maestro Corallini – è sulla crescita spirituale dell’individuo attraverso l’acquisizione dell’abilità nel difendersi”.

    Secondo la filosofia del Fondatore Ueshiba l’Aikido è lo strumento per unire tutti in una grande famiglia: chi lo pratica tende, in una situazione di pericolo, a salvare la vita propria e dell’avversario. Si basa su tecniche efficaci e rigorose: potenti leve articolari, proiezioni ed immobilizzazioni che neutralizzano l’attacco altrui senza causargli lesioni irreversibili. Potrebbero, se non controllate, causare seri danni ed addirittura la morte ma i principi spirituali di questa nobile arte vietano una condotta distruttiva ed interessano le persone che amano la soluzione armoniosa e non violenta dei conflitti.

    L’Aikido (ai=armonia; ki=energia universale, spirito; do=via e pertanto “la via dell’armonia dello spirito”) praticato in Italia è esattamente l’ Iwama – Ryu Aikido, cioè il metodo di Iwama, la località ove il fondatore O Sensei Morirei Ueshiba realizzò il suo dojo (palestra). Si distingue da ogni altra forma similare perché eguale importanza viene data al Tai-jutsu (tecniche a mani nude) ed al Buki-Waza (tecniche con le armi) che comprende lo studio del Ken (spada) e del Jo (bastone).

    Il movimento dell’Aikido è in forte espansione in Italia: ciò dimostra che il consenso per questa disciplina è  sempre più generale. Essa viene apprezzata soprattutto per i suoi contenuti, considerando che non prevede aspetti agonistici.

    J U  J I T S U

    4.

     E’ consuetudine far risalire le origini del Ju Jitsu (arte della cedevolezza) al Giappone dell’epoca Kamakura (1185-1333) quando i Bushi (guerrieri) iniziarono lo studio e la codificazione di tecniche con e senza l’uso delle armi da utilizzare per neutralizzare i nemici. Nel corso dei secoli si ottenne una costante evoluzione di queste tecniche che, sotto la guida di abili maestri (sensei), furono raggruppate e costituirono numerosi Ryu (scuole) ognuno dei quali tentava di affermare la propria invincibilità nel combattimento. Tutto questo conduceva a frequenti sfide durante le quali tutti gli allievi di un Ryu si recavano presso una scuola rivale per combattere e saggiare l’efficacia del proprio stile. Questi incontri vennero denominati Dojo Arashi”tempesta che si abbatte dove si studia il metodo”. Alcuni Ryu tra i tanti diffusisi in Giappone furono: Tenjin Shinyo Ryu, Muso Jiken Ryu, Yoshin Ryu, Aio Ryu, Kito Ryu, Katori Shinto Ryu, ed altri.

    In Italia il Ju Jitsu fa parte della nostra Federazione dal 1931 quando l’allora FAI, Federazione Atletica Italiana, assorbì la Federazione Lotta Giapponese; dal 1971 è presente come disciplina associata e dal 1985, assieme all’ Aikido, è inserito autonomamente nelle attività federali. Il Ju Jitsu merita addirittura diritti di primogenitura, essendo la matrice da cui nasce ogni nostra conoscenza delle arti marziali in Italia. Quello che giunse nel nostro paese ai principi del’900, diffuso dai nostri marinai che lo avevano appreso durante la permanenza di nostre navi da guerra nel Mar della Cina, era proprio il Ju Jitsu. La prima dimostrazione di questa”lotta giapponese”si ebbe nel maggio del 1908 a Roma. A Villa Corsini si affrontarono sottufficiali di Marina che pochi giorni dopo ripeterono la loro esibizione nei giardini del Quirinale alla presenza del Re Vittorio Emanuele III. Anni dopo fu istituita la cattedra di Ju Jitsu presso la Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica e nel 1924 si costituì la Federazione Ju Jitsuyista Italiana (FJJI), trasformata nel 1927 in Federazione Italiana Lotta Giapponese. Con Carlo Oletti si ritiene datare l’inizio della diffusione organica del Ju Jitsu identificato con la denominazione successiva di Judo, ma a Gino Bianchi si deve negli anni ‘40 l’introduzione della”Dolce Arte”in Italia. Arruolato nella Marina da Guerra, apprese le tecniche del Ju Jitsu nella Cina occupata dal Giappone. Quindi, tornato in patria a Genova, promosse la diffusione del Ju Jitsu in tutta Italia.

    Nell’ambito federale inizialmente il Ju Jitsu ha privilegiato lo studio della tecnica sviluppando la diffusione del”Metodo Bianchi”e affiancando successivamente ai”Settori”lo studio dei Kata dell’Hontai Yoshin Ryu, una delle scuole tradizionali giapponesi tra le più antiche. Per quanto riguarda il”Metodo Bianchi”l’iniziale catalogazione delle tecniche in Settori data dal Maestro Rinaldo Orlandi è stata rivista nel 1985 dai maestri Bagnulo, Mazzaferro e Ponzio ed alle singole tecniche, selezionate e ridotte da 20 a 10 per i vari passaggi di grado, si sono aggiunti i”Concatenamenti”che implicano il collegamento di una tecnica ad un’altra in seguito ad una reazione dell’avversario. I Settori sono cinque e vengono contrassegnati dalle prime lettere dell’alfabeto e sono composti ciascuno da venti tecniche. Il Settore ”A” comprende le azioni elementari che introducono alla conoscenza delle reazioni di un avversario; il Settore ”B” tratta le azioni che attraverso lo studio dello sbilanciamento mirano al caricamento, sollevamento e proiezione dell’avversario; il Settore ”C” esamina le azioni che agiscono sulle articolazioni; il Settore ”D” è dedicato alle azioni sul collo dell’avversario mentre il Settore ”E” fonde le azioni dei primi quattro introducendo azioni più vicine alle applicazioni in difesa personale. L’Hontai Yoshin Ryu venne fondata nel XVII secolo da Oriemon Shigentoshi Takagi; la scuola si ispira alla natura del salice (shin) ed alla sua capacità di flettere elasticamente i rami per contrastare le tempeste. Lo studio di questo stile si attua attraverso la conoscenza e la continua pratica dei propri Kata (modelli) che includono attacchi al corpo con colpi (Ate), lussazioni (Kansetsu), sbilanciamenti e proiezioni (Nage), strangolamenti (Shime) e tecniche di rianimazione (Kuatsu). L’introduzione di questa scuola nel programma tecnico della FIJLKAM è dovuto al Maestro Sciutto allievo diretto del 18° Soke (Caposcuola) Inoue Tsuyoshi Munetoshi. Dal 2003 all’attività prettamente tecnica dello studio dei Settori e dei Kata si è affiancata quella agonistica con la creazione di un calendario annuale di gare che prevede l’utilizzo del Regolamento Internazionale delle competizioni di Fighting System (prova individuale di combattimento) e di Duo System (prova di abilità tecnica a coppie). Sovrintende all’attività del Ju Jitsu la Commissione Nazionale presieduta da Luigi Spagnolo con i componenti tecnici Giancarlo Bagnulo e Stelvio Sciutto.

     S U M O

    5.
    L’origine del Sumo (lotta di forza) risale alla leggenda : ai tempi dell’imperatore Suinin (vissuto a cavallo della nascita  di Cristo) era lotta pericolosissima e talora mortale: regolamentato da Nomi-no- Sukume si trasformò in forma di addestramento militare, diventando un rito vero e proprio con  cerimoniale (shikiri) tuttora rispettato, con lancio purificatorio di sale e battuta di piedi a terra per scacciare gli spiriti maligni. I lottatori (“sumotori”) indossano soltanto un perizoma (mae-tate-mitsu) ed una grossa cintura (mawashi). L’area di combattimento (doliyo) è un cerchio del diametro di 4 metri e settanta: vince il combattimento, talora brevissimo, chi costringe l’avversario a toccare il tappeto oppure ad uscire fuori dell’area di gara.

    Una vicenda dagli aspetti agonisti semplicissimi e quasi sempre istantanea, senza tatticismi e con tecniche apparentemente elementari: eppure è uno sport che affascina i giapponesi ed interessa anche gli altri osservatori. Il suo segreto risiede probabilmente proprio nella semplicità di scontro repentino e violento di uomini potentissimi. Nell’immaginario collettivo  il Sumo è lo sport dei giganti che, partendo da una posizione fissa che li pone faccia a faccia, si lanciano repentinamente l’uno contro l’altro con tutta la forza d’urto delle loro possenti masse muscolari. Nella versione agonistica adottata dall’Occidente e pertanto anche dall’Italia sono previste 4 categorie di peso.

    Nell’ambito della FIJLKAM il Sumo è coordinato da una Commissione Nazionale presieduta da Antonino Caudullo con i membri Pierluigi Comino ed  Elio Scuderi.

    M U A Y     T H A I

    6.

     MUAY THAI:questa parola, nonostante a molti risulti ancora sconosciuta e richiami solo ad una ristretta "elitè" l'esercizio di un'arte orientale; sta facendosi sempre più strada nel panorama delle discipline sportive marziali.Incuriosendo sia chi da sempre è vigile e attento alle novità del "picchiaduro", sia chi ha spesso guardato con indifferenza alle pratiche dell'arte marziale.


    MUAY THAI significa più o meno "lotta thailandese", e sebbene si sia diffuso in occidente da un tempo relativamente breve è una delle più antiche arti marziali orientali. Nasce più di duemila anni fà, anche se notizie esatte della sua prima apparizione non c'è ne sono poichè durante un invasione di birmani nell'indocina vennero bruciati numerosi documenti relativi a questa pratica.

    La storia storia della Boxe Thailandese è strettamente legata alle vicissitudini della popolazione thailandese chiamata nell'antichità dai cinesi la tribù degli ao-lai, un popolo che per affermare e difendere la propria libertà ha dovuto sviluppare la meglio le proprie tecniche di combattimento.
    La MUAY THAI è questo: la sublimazione del'arte di difesa d'una popolazione che dal nord del'india, passando per il Tibet fino all'odierna Thailandia si è sempre scontrata con chi tentava di sottrarle il diritto ad asistere. In tanti, dai cinesi ai birmani, hanno cercato nell'arco della storia di conquistare le verdi vallate e le grandi pianure del Siam.

    Il nome più antico della disciplina è "MAI SI SOK"del'era Sukhothai, divenuto poi "PAHUYUTH" nell'era Ayudahya, divenne poi "MUAY TAI" nell'era Rattanakosin,la dizione attuale del nome di questa disciplina si fà risalire all'epoca in cui il Siam fu chiamato Thailandia.La Thai Boxing è detta "l'arte dei re"perchè la storia thailandese ha visto spesso i regnanti praticarla e divulgarla,ma la peculiartà di questa antichissima arte risiede nella sua trasversalità sociale dal momento che a praticarla sono sia i sovrani che gli uomini del popolo.


    Nè il ceto sociale,nè la casta,nè la condizione economica hanno mai costituito discriminanti.La Muay Thai ha sempre accomunato tutti ricchi e poveri, finendo col diventare il vero elemento aggregante e caratterizzante della poplazione Thailandese.Il più famoso dei re combattenti fù PHRA BUDDHA CHAO SUA, detto RE TIGRE, per la sua feroce tecnica di combattimento.La leggenda dice che egli fosse solitoviagiare in incognito sfidando i campioni locali ed uscendone smpre vincitore.

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    Tale disciplina, dalle origini antichissime, che fondono insieme storia e leggenda, è a detta della maggior parte dei conoscitori di arti marziali una delle forme di combattimento più efficaci e complete mai concepite dall'uomo.
    Uno dei personaggi più noti della storia Thai, le cui gesta sono riportate sui libri scolastici e ricordate tutti gli anni in tutti gli stadi Thailandesi, è Nai Khanom Dhom che, catturato dall'esercito birmano insieme ai suoi soldati durante il sacco dell'antica capitale Ayudhaya, si conquistò la libertà sconfiggendo a mani nude 12 dei più forti gladiatori nemici, il tutto sotto gli occhi del Re birmano Mangra, che volendo costatare da vicino la grande potenza grazie alla quale tanto famoso era il popolo thai, sfidò il miglior Thaiboxer tra i prigionieri e proprio il Re del regno del Siam che era famoso per essere un temibile combattente, affrontò 12 dei migliori guerrieri locali che praticavano una forma di lotta del tutto simile a quella thailandese chiamata Parma o più comunemente Boxe-Birmana. Lo stesso Re Mangra rimase talmente colpito dall'efficacia dei suoi colpi che decise di concedergli la libertà. Da allora ogni 17 Marzo è dedicato alla sua memoria ed in ogni stadio del regno è il giorno di tutti i pugili.

    Sotto il regno di Naresuem il Grande la Muay-Thai diventò parte dell'addestramento dell'esercito. Questo Re grazie alla sua abilità riuscì a vincere parecchi duelli che ebbero rilevanti conseguenze dal punto di vista storico-politico. Proprio per questi meriti venne dichiarato eroe nazionale.
    Ma è sotto il regno di Pra Chao Sua (1703-1709), soprannominato "Il Re Tigre" per la sua abilità di combattente, che la Muay-Thai raggiunse l'apice della popolarità. Infatti, in seguito ad un periodo di pace e benessere generale, il popolo Thai ebbe la possibilità di dedicarsi alle attività preferite ed in breve la pratica di quest'arte divenne uno dei passatempi più diffusi ed amati del paese. Tutti quanti, uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, presero a frequentare con entusiasmo i campi d'allenamento. Si narra che lo stesso "Re Tigre" era solito visitare in incognito villaggi e città per poter sfidare i campioni locali e spesso, dopo averli battuti ed intascato il premio in palio, se ne andava senza rivelare la sua identità.
    Proprio per queste antiche e nobili tradizioni la Thai-Boxe venne chiamata lo "Sport dei Re".

    I combattimenti di quell'epoca erano durissimi, paragonabili più a scontri tra gladiatori che a competizioni sportive: i due contendenti, per colpire con la massima forza ed efficacia, erano soliti bendarsi le mani con delle corde o delle strisce di cuoio o dei crini di cavallo intrecciati, che qualche volta venivano impregnati con un miscuglio di resine e frammenti di vetro. L'unica protezione ammessa era una conchiglia fissata all'inguine con della stoffa. Non esistevano categorie di peso o limiti di tempo ed il combattimento duravano fino alla sottomissione di uno dei pugili.

    L'insegnamento della Muay-Thai è stato mantenuto obbligatorio in tutte le scuole del regno fino al 1923.Intorno al 1930 si ebbe una svolta nella pratica della Boxe-Thai, infatti, furono introdotte nuove regole, mutuate dalla Boxe Inglese, che contribuirono a ridurre notevolmente gli incidenti ed a favorire la diffusione di quest'affascinante disciplina anche fuori della Thailandia, tali regole erano costituite dall'inserimento dell'uso dei guantoni, delle categorie di peso, rounds, ecc..
    Ancora oggi la Muay-Thai è lo sport nazionale Tailandese e viene attivamente praticata da migliaia di appassionati nelle grandi città come nei piccoli villaggi. A Bangkok ci sono due stadi principali dove è possibile assistere ogni giorno a numerosi combattimenti, uno è il Lumpini Stadium, gestito dalla polizia, l'altro è il Radchadamnoen Stadium, gestito dall'esercito. Numerosi sono i mezzi d'informazione, giornali e Tv, che giornalmente trattano di questo Sport.
    Vi sono delle considerazioni da fare riguardo alla pratica della Thai-Boxe: la prima è che dietro la spettacolarità di questa disciplina ci sono le particolari situazioni economiche che investono molto spesso le famiglie dei Thaiboxers, che vedendo nella Muay-Thai una possibile fonte di guadagni, inviano i loro figli nei campi d'allenamento fin da tenera età, e dal momento del loro ingresso, cominciano subito ad allenarsi con la mentalità dei professionisti. Già dall'età di circa dieci-dodici anni i Baby Thai-Boxers cominciano a disputare i loro primi incontri. Naturalmente l'unico compenso per i maestri è costituito dalla percentuale sulla "borsa" degli atleti, quindi tirare su dei combattenti è per loro più che una passione, un investimento, per cui non c'è da stupirsi se dei ragazzi di circa vent'anni hanno alle spalle già più di un centinaio di combattimenti, arrivando anche fino a duecento a fine carriera.

    La seconda considerazione serve più che altro a precisare che le tecniche della Muay-Thai non sono che una parte del bagaglio tecnico del sistema di difesa che comprendeva (oltre le gomitate, le ginocchiate, i pugni, i calci, tecniche di corpo-a-corpo e le proiezioni di lotta) anche l'utilizzo di tecniche di lotta e delle armi (Krabi Krabong) come spade, lance, giavellotti, pugnali e bastoni.
    La terza considerazione riguarda la scimmiottata, a volte a tutti i costi (perché spesso sono proprio le federazioni internazionali ad imporlo), della danza propiziatoria (Ram-Muay) e degli altri riti tipici dei pugili Thai, in nome della tradizione. Dietro a questi rituali, infatti, ci sono, dei profondi sentimenti religiosi che naturalmente hanno un senso in un determinato contesto e che se ripetuti al di fuori di questo diventano falsi e puramente scenografici.
    Attualmente la Boxe-Thai ha raggiunto un enorme grado di diffusione in tutto il mondo, e finalmente anche gli atleti hanno raggiunto una valutazione più adeguata da parte degli organizzatori e dell'opinione pubblica soprattutto all'estero dove vengono organizzati, ormai da anni con cadenza quasi settimanale, dei galà professionistici di rilevanza internazionale.

     

     T A E K W O N D O

    7.
      Il Taekwon-Do è frutto dell'instancabile opera di un Maestro coreano, Il Generale Choi Hong Hi, il "padre del Taekwon-Do moderno", colui che ha codificato e creato quest'arte marziale.
    Il Generale Choi Hong Hi è nato il 9 novembre 1918  nell'attuale Corea del Nord. Da bambino aveva una  sofferenza per i suoi genitori. Già da giovane dimostrava uno spirito forte ed indipendente.ll'età di dodici anni fu espulso dalla scuola per agitazioni contro le autorità giapponesi che a quel tempo avevano il controllo della Corea. Questo fu l'inizio di quello che sarebbe diventato il movimento d'indipendenza degli allievi di Kwang Ju. A Dopo l'espulsione dalla scuola, il padre del giovane Choi, ha messo il figlio a studiare lo studio della calligrafia sotto uno degli insegnanti più famosi della Corea, il Maestro Han Il Dong. Oltre che essere conosciuto come maestro di calligrafia, Han Il Dong era Maestro di Taek Kyon, un'antica arte marziale coreana proibita a quei tempi. Nel 1937, Choi si è trasferito in Giappone per una ulteriore cultura personale. Poco prima di lasciare la Corea, si trovò a discutere animatamente di un argomento piuttosto scottante con un lottatore professionista. Questa minaccia dette un nuovo slancio all'addestramento del giovane Choi nelle arti marziali.
    A Kyoto, Choi, venne in contatto con un coreano, Him, che insegnava karatè. In due anni d'addestramento intensificato, Choi raggiunse il grado di cintura nera primo Dan. Queste tecniche unite alle tecniche del Taek Kyon (tecniche di piede), furono i precursori del Taekwon-Do moderno.
    Choi seguì un periodo di addestramento sia mentale che fisico all'università di Tokyo. In questi anni, l'addestramento e la sperimentazione delle nuove tecniche di lotta sono stati intensificati fino al personale raggiungimento della cintura nera secondo Dan in karatè e con l'insegnamento in una palestra di Tokyo. Choi racconta una particolare esperienza vissuta in questo periodo.Non vi era nessun palo di sostegno dei fili elettrici, in città, che non avesse colpito per vedere se i fili di rame avessero vibrato. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, Choi è stato costretto, contro la sua volontà, ad arruolarsi nell'esercito giapponese. Ritornato in patria mentre era a Pyongyang (Corea del Nord), fu implicato come il pianificatore del movimento d'indipendenza coreano e fu internato in una prigione giapponese per circa otto mesi. Mentre era in prigione, per alleviare la noia e conservare il fisico, Choi cominciò ad esercitarsi in quest'arte marziale nella solitudine della sua cella. In breve tempo i compagni di cella diventarono i suoi allievi, che coinvolgendo altri detenuti trasformarono il cortile in una gigantesca palestra. La liberazione nel mese d'agosto 1945, risparmiò a Choi una pena di sette anni. In gennaio dell'anno seguente Choi divenne secondo tenente del nuovo esercito sud coreano, questo gli permise di mettere il Taekwon-Do in una nuova orbita. Divenne comandante del distretto di Kwan Ju, dove insegnò la sua arte all'intera compagnia. Fu promosso primo tenente e trasferito a Tae Jon nel secondo reggimento di fanteria. Choi iniziò ad insegnare la sua arte marziale non soltanto ai soldati coreani ma anche agli americani. Questa fu la prima introduzione agli americani di quello che avrebbero poi conosciuto come Taekwon-Do.
    Nel 1947 Choi venne promosso prima a capitano poi a maggiore. Nel 1949 fu inviato a Seul come testa logistica e diventò istruttore di Taekwon-Do nella scuola americana della polizia militare. Alla fine del 1948, Choi divenne tenente colonnello. Nel 1949 Choi fu promosso a colonnello e per la prima volta visitò gli Stati Uniti andando a Fort Riley. Qui introdusse la sua arte al popolo americano. Nel 1951 divenne brigadiere generale e organizzò la scuola a Pusan come comandante e capo aiuto del reparto accademico. Nel 1952 venne nominato capo del personale del primo corpo e responsabile dell'istruzione a Kang Nung. Ai tempi dell'armistizio, Choi era a comando della quinta divisione di fanteria. L'anno 1953 fu speciale per Choi, sia per la sua carriera militare sia per il progresso della sua nuova arte marziale. Fu l'autore del primo libro sul servizio segreto in Corea. Organizzò la ventinovesima divisione di fanteria nell'isola di Cheju, divenne la mente pensante del Taekwon-Do e fondò l'Oh Do Kwan (ginnastica a modo mio) dove riuscì non soltanto ad addestrare ma anche a sviluppare un moderno sistema che fondesse il Taek Kyon e il karatè. Di grande aiuto gli fu il suo braccio destro Nam Tae Hi. Alla fine dell'anno fondò la Chong Do Kwan (ginnastica dell'onda blu), una delle più grandi palestre di ginnastica per civili della Corea. Il 1955 ha segnato l'inizio del Taekwon-Do come arte marziale coreana. Durante quest'anno si formò una commissione che includeva istruttori, storici e importanti guide sociali. Furono presentati un certo numero di nomi per la nuova arte marziale. L'undici aprile la commissione convocata dal Gen. Choi decise per il nome "Taekwon-Do", suggerito direttamente da Choi. Questo nome voleva sostituire tutti i termini differenti e confusionari quali: Dang Soo, Gong Goo, Taek Kyon, Kwon Bup, ecc.Nel 1959 il Taekwon-Do si allargò al di fuori dei confini coreani, Il Gen. Choi e diciannove delle cinture nere fecero un tour nell'Estremo Oriente. Il tour fu un successo, estasiando gli spettatori con le tecniche di Taekwon-Do. Molti di queste cinture nere divennero i responsabili per l'insegnamento del Taekwon-Do al di fuori della Corea. Durante quest'anno, Choi divenne comandante del secondo esercito di Tae Gu. Il Gen, Choi pubblicò il primo testo coreano sul Taekwon-Do che diventò modello di riferimento per l'edizione del 1965. Nel 1960, Choi assistette al corso moderno di familiarizzazione con le armi in Texas. Qui vi fu il contatto con Jhoon Rhee a San Antonio, dove il Gen. 

     Choi convinse gli allievi e il Maestro ad usare il nome di Taekwon-Do anziché karatè. Jhoon Rhee venne conosciuto come il primo istruttore di Taekwon-Do in America. Ciò ha contrassegnato l'inizio dell'insegnamento del Taekwon-Do negli Stati Uniti d'America. Il 1961 divenne l'anno della maturazione sia per la carriera militare sia nel Taekwon-Do, con il comando di uno dei più grandi centri di addestramento in Corea il sesto corpo dell'esercito. Il Taekwon-Do continuava ad espandersi non soltanto presso i civili e i militari coreani, ma veniva insegnato anche ai soldati degli Stati Uniti della settima divisione di fanteria. Attraverso i suoi allievi, il Taekwon-Do venne introdotto all'accademia militare di West Point. Durante lo stesso anno , Choi rese il Taekwon-Do obbligatorio per le intere forze della polizia della Corea del Sud. Nel 1962, Choi venne nominato ambasciatore in Malesia, dove sparse i primi semi del Taekwon-Do. Nel 1963 avvenne la dimostrazione a New York presso il palazzo delle Nazioni Unite e venne introdotto il Taekwon-Do anche in Vietnam. Lo stesso anno, Choi fece un viaggio in Vietnam con lo scopo di una ulteriore istruzione sul Taekwon-Do perfezionato dopo continui anni di ricerca e dedizione continua. Questa fu una nuova era per il Taekwon-Do in quanto aveva eliminato totalmente la vecchia forma del karatè. Alla fine di quest'anno fu rieletto presidente della federazione coreana di Taekwon-Do. Nel 1965 Choi diventa generale a due stelle e viene nominato ambasciatore del governo della Repubblica della Corea. Viaggia in Germania, Italia, Turchia, Arabia, Malesia, Singapore. Questi viaggi sono significativi perché il Taekwon-Do viene dichiarato come arte marziale coreana. Questa fu la base per la stabilizzazione delle associazioni di Taekwon-Do in questi paesi ma anche nella formazione della federazione internazionale di Taekwon-Do (International Taekwon-Do Federation - ITF) com'è conosciuto oggi. Il 22 marzo 1966 si è formata la " International Taekwon-Do Federation" con le associazioni di: Vietnam, Malesia, Singapore, Repubblica Federale di Germania, Stati Uniti, Turchia, Italia, Arabia, Egitto e Corea. Nel 1967, contribuì alla fusione fra Corea e Vietnam per il Taekwon-Do. Nello stesso anno si formò anche l'associazione di Hong Kong Taekwon-Do. In agosto visitò i tornei di Taekwon-Do a Chicago; in Illinois discusse dell'espansione e della necessaria unificazione delle varie associazioni degli Stati Uniti. Durante quest'anno, Choi incontrò Robert Walson cintura nera quarto Dan, una delle prime autorità non coreane sul Taekwon-Do per porre il proprio lavoro in un libro. Alla fine del 1967, Choi invitò Il Maestro Mas Oyama alla sede dell'I.T.F. a Seul per continuare la discussione interrotta in Giappone, ad Hakone, per avere la conferma dal Maestro Oyama di cambiare le sue tecniche in quelle del Taekwon-Do. Nel 1968, Choi visitò la Francia come delegato principale del governo coreano, per assistere al simposio militare sugli sport internazionali a Parigi. Il Taekwon-Do era nell'ordine del giorno. I delegati di 32 paesi assistettero alla dimostrazione della squadra di Taekwon-Do. Lo stesso anno si formò l'associazione del Regno Unito. Choi visitò anche la Spagna, i Paesi Bassi, il Canada, il Belgio e l'India. Nel 1969, Choi fece un tour per l'Asia sud orientale per studiare le preparazioni di ogni paese per il primo torneo asiatico di Taekwon-Do tenuto a settembre a Hong Kong. Finito il torneo, il Generale decise un giro per il mondo per visitare gli istruttori e raccogliere le fotografie per la prima edizione del suo libro "Taekwon-Do" (copyright 1972).
    Ad agosto del 1970, Choi visitò venti paesi nel tour dell'Asia sud orientale, il Canada, l'Europa, il Medio Oriente. In marzo 1971 assistette ai secondi tornei asiatici di Taekwon-Do svolti nello stadio di Negara in Malesia. Durante quest'anno selezionò degli istruttori, su richiesta del Gen. Kim Jong Hyun, per istruire le forze militari dell'Iran. Nel 1972 spostò la sede dell' International Taekwon-Do Federation a Toronto, in Canada, durante questi anni, Choi si è impegnato a promuovere la sua arte fra la gioventù di tutto il mondo. È stato punto cardine nell'introdurre il Taekwon-Do nelle università d'Europa, d'America, del Medio Oriente e in Estremo Oriente. Nei mesi di novembre e dicembre 1973, Choi selezionò un "Demo Team" e toccò tredici paesi dall'Europa all'Africa, dal Medio Oriente all'Estremo Oriente. Più di 100.000 persone assistettero alle dimostrazioni di Taekwon-Do.
    Nel 1974, Choi poteva essere fiero della sua creatura perché il suo sogno si stava avverando, il mondo era conscio dell'esistenza del Taekwon-Do. In questo stesso anno vi furono i primi campionati del mondo a Montreal in Canada. In novembre e dicembre dello stesso anno il Demo Team toccò la Giamaica, il Curacao, La Costa Rica, la Colombia, Il Venezuela e il Surinam. Nel 1975 il Taekwon-Do andò a Sydney, in Australia. Nello stesso anno il Gen. Choi andò in Olanda per dichiarare l'apertura del primo campionato europeo tenuto ad Amsterdam. Nel settembre 1977, Choi visitò la Malesia, la Nuova Zelanda, l'Austria. Alla riunione che si tenne a Tokyo denunciò il presidente della Corea del Sud Park Jung Hee che abusava del Taekwon-Do per puri scopi politici. Nel settembre 1978 vi fu il secondo campionato mondiale di Taekwon-Do in Okhlahoma, Negli Stati Uniti. Nel mese di giugno 1979 si formò a Oslo, in Norvegia l'A.E.T.F ( "
    All European Taekwon-Do Federation").
    Nel 1980 il Taekwon-Do venne introdotto nella Corea del Nord paese di nascita del Gen. Choi Hong Hi. In novembre si tenne il primo A.E.T.F. Championship a Londra con 18 nazioni partecipanti.
    Nel gennaio 1981, Choi venne chiamato in Australia per dichiarare aperto il primo campionato della zona del Pacifico. Nel gennaio del 1982 si è formata l'associazione giapponese di Taekwon-Do, un sogno personale previsto sin dal 1967. Nello stesso anno, Choi assistette al primo campionato intercontinentale tenuto a dicembre a Napoli. Nei mesi di marzo, aprile e maggio 1983 fece un tour a Santa Barbara, in California, in Europa, in Corea per finire la preparazione dell'enciclopedia del Taekwon-Do il prodotto di tutta la sua ricerca. In ottobre e novembre dello stesso anno si recò in Iugoslavia e in Italia per preparare le fotografie per l'enciclopedia. In aprile 1984 diede inizio ai quarti campionati mondiali a Glasgow, in Scozia. In settembre si riunì a Pyongyang, con i maestri coreani, per finire la pubblicazione dell'enciclopedia. Qui si discusse del trasferimento della sede generale a Vienna, in Austria. In ottobre dichiarò aperto il terzo campionato europeo, era importante perché era il primo evento internazionale su grande scala tenuto in un paese socialista riguardo al Taekwon-Do. Nei mesi seguenti, Choi visito New York per dichiarare aperto il terzo torneo dedicato al Gen. Choi. A dicembre la sede dell' I.T.F. viene spostata a Vienna, in Austria. Nel 1985 venne alla luce l'Enciclopedia del Taekwon-Do e viene ufficializzato lo spostamento della sede dell' I.T.F. a Vienna. In novembre dello stesso anno visita la Norvegia ed è l'ospite d'onore per l'apertura dei campionati scandinavi di Taekwon-Do. Nel mese di giugno del 1986 il Demo Team tocca la Repubblica Popolare Cinese. Nel mese di maggio del 1987 aprì il quinto campionato mondiale di Taekwon-Do ad Atene in Grecia malgrado l'interferenza del regime dittatoriale della Corea del Sud.
    Il 1988 l'Ungheria ha ospitato il sesto campionato del mondo e per la prima volta viene trasmesso via satellite per tutta Europa. In agosto introduce il Taekwon-Do in Russia. Attualmente il Gen. Choi Hong Hi continua a portare la sua arte marziale con lo spirito indomito che ha dimostrato dedicando se stesso al suo sogno più grande. Il TaeKwon-Do.

    FILOSOFIA DEL TAEKWONDO

    La filosofia del Taekwon-Do ha come fondamento l'etica, la morale, le norme spirituali attraverso le quali gli uomini possano convivere armoniosamente insieme. Le parole stesse del Gen. Choi ci aiutano a capire meglio:

    "spero sinceramente che attraverso il Taekwon-Do ogni uomo possa acquisire la forza sufficiente per arrivare ad essere il guardiano della giustizia, opponendosi ai conflitti sociali e coltivando lo spirito umano al livello più alto possibile. E' con questo spirito che mi sono dedicato all'arte del Taekwon-Do per tutti i popoli del mondo".


    Il Gen. Choi stabilì la filosofia e i seguenti principi come le basi del Taekwon-Do e tutti gli studenti seri di quest'arte li dovrebbero osservare e rispettare attraverso il loro cammino sia nell'arte che nella vita.

       Avere la volontà di progredire qualsiasi siano le difficoltà incontrate.
       Essere gentile con i deboli e duro con i forti.
       Accontentarsi della posizione economica, ma non credere mai che sia al limite lo sviluppo della destrezza.
       Portare sempre a  termine ciò che si è iniziato, grande o piccolo che sia.
       Essere il maestro a disposizione di tutti, senza tenere conto della religione, della razza o delle ideologie degli allievi.
       Non cedere mai alle oppressioni o alle minacce quando si sta perseguendo una nobile causa.
       Insegnare l'attitudine e l'abilità, con atti e non con parole.
       Essere sempre se stesso in qualunque circostanza.
       Essere l'eterno maestro, che insegna con il corpo quando è giovane, con le parole quando è vecchio e con i principi morali quando è morto.

      

      K E N J U T S U

    8.
     Il Kenjutsu è l'insieme delle tecniche di Katana utilizzate durante i combattimenti corpo a corpo, si differenzia dallo Iaido perché le tecniche vengono eseguite solo dopo l'estrazione della spada dal fodero, mentre nello Iaido tutte le sequenze di tecniche (kata) vengono eseguite fin dall'estrazione dell'arma (Iai vuol dire infatti estrazione in lingua giapponese).

    Si può tranquillamente affermare che il Kenjutsu si trova a livelli inferiori (in raffinatezza delle tecniche) rispetto allo Iaido, poiché utilizzato in guerra contro molteplici avversari (difatti le tecniche consistono in una serie di tagli dati verticalmente, orizzontalmente e diagonalmente al fine di annientare più "corpi" possibili nelle vicinanze del guerriero).

    Al contrario lo Iaido veniva utilizzato nei duelli tra Samurai e chi combatteva sapeva che il duello sarebbe finito dopo uno o al massimo due scambi. Alla fine del combattimento uno dei due sarebbe sicuramente morto.

    Ovviamente era altrettanto possibile che un duello si concludesse soltanto con l'estrazione della spada di uno dei due Samurai e l'uccisione del suo avversario in un colpo solo.

    Bisogna fare molta attenzione nel non confondere il Kendo con il Kenjutsu. Infatti la differenza tra i due termini sta proprio negli ideogrammi che li compongono. Il Ken-Jutsu sta per "Tecniche di spada" (da jutsu: tecnica, esercizio) mentre il Ken-Do sta per "Via della spada" (da do: via, intesa in senso spirituale

      H a k k o    R y u    J u j u t s u

    9.
      L' Hakko Ryu è uno stile di Ju Jutsu fondato il 1 giugno 1941 da Ryuho Okuyama (1902 - 1987), in Giappone. Dopo avere studiato il Daito Ryu Aiki Ju Jitsu con Tokimune Takeda e la medicina tradizionale giapponese con il Dr. Hirata, Ryuho Okuyama creò il suo proprio metodo, un stile grandemente influenzato dallo Shiatsu (medicina tradizionale giapponese).

    Ryu significa scuola, Hakko significa ottava luce, in riferimento all’ottavo colore dello spettro solare, l'ultravioletto, invisibile al occhio nudo, ma il cui potere di penetrazione è uguale ai danni che causa. I maestri giapponesi spiegano, da un punto di vista esoterico, che la reale efficacia è invisibile e che viene dell'interno.

    L’Hakko Ryu e’ stato concepito per l'applicazione di pressioni sui keiraku ( meridiani del corpo) per causare un dolore intenso ma non distruttivo e per fermare la volontà dell'aggressore.

    Lo scopo delle tecniche del Hakko Ryu è di neutralizzare, controllare e scoraggiare un aggressore con le tecniche che associano il minimo sforzo al massimo dell'efficacia, l‘Hakko Ryu infatti insegna tecniche ideate in modo che l‘aggressore sconfigga se‘ stesso, mentre chi si defende non da un grande sforzo.

    Ryuho Okuyama ha creato il suo metodo sulla teoria che l'applicazione della tecnica può superare gli attacchi in un contesto di autodifesa.

    La capacità di controllare al tempo stesso l'aggressore e la situazione sono l'essenza dell' Hakko Ryu. L’insegnamento dell’Hakko Ryu Ju Jutsu si articola su tre livelli:   

    1. lo studio del Koho Taiso (tecniche di rilassamento e di difesa)
    2. lo studio dello Yawara (tecniche di difesa)
    3. lo studio dello Shiatsu (tecniche di massaggi terapeutici mediante la pressione sui meridiani)

      K A L I 

    10.
     Riconoscendo il capitano tanti rivolgevano gli attacchi contro di lui : ma lui resisteva da buon condottiero con i suoi pochi fedeli. Un indigeno gli penetrò la gamba sinistra con un coltellaccio, era la lama di Rajah Lapulapu, Re dell'isola di Mactan, il capitano cadde a terra e quelli gli furono sopra fino a che non uccisero la nostra guida sicura.

    Così è descritta la morte di Ferdinando Magellano dalle parole di Antonio Pigafetta, l'italiano che teneva il diario di bordo durante il primo viaggio compiuto da Magellano, esploratore portoghese al servizio della Spagna, che il 16 marzo 1521 scopre le isole Filippine e dove trovò la morte il 27 aprile 1521 sotto i colpi di kampilan e di lance di bambù dei nativi. Oggi Lapulapu è ricordato come il primo eroe nazionale filippino e figura di riferimento per la tradizione guerriera del kali. dopo Magellano la Spagna mandò altre spedizioni nelle Filippine ma si dovette aspettare fino al 1565 per creare insediamenti stabili e fino al 1571 per poter parlare di governo coloniale a Manila.


    In questo periodo le incursioni dei pirati Limahong, cinese e Sioco, Giapponese, possono considerarsi significative per l'evoluzione delle arti marziali filippine, fu l'occasione perchè venissero a confronto diverse tecniche di combattimento: filippina, spagnola, cinese e giapponese. Solo dopo 29 anni di rinforzi militari e non senza aver stipulato un trattato di pace gli spagnoli riuscirono ad avere un avamposto nel Sud.

    L'uso del bastone - Nel 1764, nella speranza di limitare la pericolosità delle rivolte, il Governatore spagnolo proibì il pugnale e il bolo (coltello da lavoro). Fu così che i bastoni sostituirono le lame nella pratica del Kali. Questi strumenti
    di legno esotico erano comunque un'arma efficace che permetteva di bloccare l'attacco oltre che poter afferrare e applicare una tecnica di disarmo. Il nome Escrima è usato dagli spagnoli proprio in questo periodo, assistendo ai duelli di bastone tra filippini, ritrovavano similitudini con la loro scherma. Nel 1853, il termine Arnis de mano usato dagli spagnoli per designare gli ornamenti degli attori che dietro le coreografie, di danza filippina, nascondevano le tecniche del combattimento.

    Nel 1899 inizio un altro conflitto quello filippino - americano tra le vicende militari, ricordiamo che nonostante gli americani fossero dotati di fucili Krug e delle Col calibro 38, furono sopraffatti da 200 guerriglieri (i moros) filippini muniti principalmente di bolo (coltello di lavoro) che correndo in mezzo al nemico uccidevano quante più persone potevano colpendoli alla gola. Nel 1941 il Giappone invase le Filippine e il governo americano affiancò alle proprie truppe i bolo battalions , composti da soldati filippini addestrati al combattimento nella giungla e all'assalto all'arma bianca. Comunque, per gli abitanti delle isole meridionali, anche dopo la fondazione della Repubblica (1946) non si potè parlare di pace: ancora oggi si combatte contro il governo di Manila per l'indipendenza di Sulu e Mindanao.

      K E N P O

    11.

     Il Kenpo ha origini antichissime, risale a più di 2000 anni e la sua evoluzione sembra non avere mai fine:


    dal Choi lit lau al Ryuto kenpo,
    dal Kenpo shaolin all'Hara ho kenpo,
    dal Kenpo jujutsu all'Aitai Kenpo,
    dal Kenpo iga ryu al Kenpo kure ryu,
    dal Kenpo kosho ryu all'American kenpo karate.

    Reso popolare ad opera di Ed Parker e mostrato al grande pubblico dai film di Jeff Speakman, il Kenpo è la Quinta Essenza delle tecniche di braccia in combinazioni velocissime dirette ai punti vitali, un continuo flusso di colpi perfetti, una potenza di fuoco tale da fermare qualsiasi aggressore.

    Il Kenpo è il sistema più flessibile e innovativo delle arti marziali, il Kenpo è continuità ed economia dei movimenti. Si utilizzano combinazioni specificamente studiate e coordinate con armonia, i movimenti cadono sull’obiettivo con chiara ed evidente logica.

    E’ fluido e veloce. I suoi colpi di braccia e i calci si combinano sia in linea retta che circolare: sincronizzati, concatenati e diretti in diversi punti ed angoli dell’avversario, tanto che è impossibile parare o avvertire gli attacchi offensivi del Kenpo.
    Questo in termini fisici, ma il Kenpo è circondato anche da una profonda filosofia e religiosità. Il Kenpo Karate è il metodo moderno che descrive uno dei sistemi più innovativi di Difesa Personale basato sui principi e sulla filosofia del Kenpo Antico.

    Il Kenpo pone la sua attenzione principalmente ed esclusivamente sull’uso delle mani come armi, dedica le sue enormi ed infinite possibilità alle combinazioni di movimenti che viaggiano in linea retta e circolare, utilizzando secondo la necessità energia intermittente o continua. E’ flessibile nel pensiero e nell'azione.

    Il Kenpo è "arte".  Il Kenpo è nei suoi principi, nella filosofia, nella tecnica e nella meditazione, un modo di essere. E’ un flusso continuo di emozioni, un continuo flusso di movimenti, una cascata di sensazioni. Il Kenpo è la più alta forma di difesa personale
    esistente nel panorama delle arti marziali: prevede sempre una soluzione per qualsiasi movimento o attacco diretto
    e si adatta a qualsiasi avversario in qualunque momento.

    CURIOSITA'

    COS'E' IL KENPO PER IL CAMPIONE DEL MONDO
    EMILIO BEVILACQUA?

    Il kenpo è arte pura e semplice....L'unica disciplina in grado di fornire una valida difesa contro più avversari..Come dice lo slogan dell'Associazione... il sistema ultimo di lotta...Il kenpo è stile di vita...È un fulmine di colpi perfetti...La difesa personale intesa in termini di arte marziale...E' una disciplina che non inganna, non illude ma convince...Le sue velocissime combinazioni di braccia rendono il kenpo la quinta essenza del combattimento...Una tecnica di karate esprime nell'impatto una forza d'urto devastante,
    la potenza del singolo colpo è massima...Una tecnica di kenpo è una combinazione velocissima di colpi di karate, la potenza dei colpi è legata all'accelerazione dei movimenti...La differenza è la stessa che esiste tra un colpo di fucile e la raffica di un mitra...
    Il Kenpo è poesia...

      W I N G   C H U N

    12.

    La leggenda vuole che il Wing Chun Kuen sia stato concepito dalla monaca buddista Ng Mui intorno alla seconda metà del XVII secolo, dopo la fuga dal distrutto monastero di Shaolin.

    Deve il suo nome alla prima allieva, Yim Wing Chun, codificatrice e riorganizzatrice dello stile presso il tempio di Kwantung. Lo stile, dopo la morte della ragazza, passò in mano a Leung Bok Chau, che lo insegnò a Leung Lai Kwai e Wong Wa Po. Entrambi facevano parte di un gruppo operistico ambulante, conosciuto come "Il gruppo della barca del giunco rosso", gruppo che viveva su una barca nel Fat Shan, un quartiere di Canton, nel XIX secolo circa.

    Le storie dicono che anche Chi Shin, altro monaco scampato all'assalto dei Ching assieme a Ng Mui, entrò a far parte della compagnia e fu proprio lui ad insegnare a Leung Yee Tai, migliore amico di Wong Wa Po e altro membro del Giunco Rosso, le tecniche del bastone Shaolin. Wong e Leung cercarono di adattare queste tecniche al proprio modo di combattere e fu così che vennero introdotte nello stile.

    Un giorno Leung Yee tai si ammalò e dovette recarsi dal medico Leung Jan, grande esperto di arti marziali, al quale trasmise col tempo le basi del Wing Chun. Leung Jan divenne un eccezionale combattente e sostenne molti incontri (ricordiamo che all'epoca gli incontri erano veri e propri "street fighting" senza regole e che di solito solo il vincitore sopravviveva), senza mai essere sconfitto, tanto da diventare famoso nel sud della Cina col soprannome di "Re del Wing Chun", divulgando così lo stile.

    C'è poi un'altra versione completamente diversa della storia. Sostiene che lo stile sia stato portato nel sud della Cina da Cheung Wu, un maestro conosciuto come Tan Sao Ng (famoso appunto per il suo tansao, tecnica fondamentale). La storia inoltre sostiene che questo maestro abbia fatto la sua comparsa 100 anni prima di Yim Wing Chun, tanto più che le sue gesta sono narrate in un libro sull'opera teatrale cinese nella City Hall di Hong Kong: di lui si parla come musicista, attore e conoscitore di arti marziali. Fu lui quindi secondo questa versione ad insegnare il Wing Chun al Giunco Rosso.

    Da questo punto in avanti le due versioni coincidono: si arrivò a Leung Jan, che insegnò lo stile a Chan Wah Sun, maestro di Yip Man, colui che insegnò parte del programma a Bruce Lee che lo fece conoscere all'America degli anni sessanta e ne prese spunto per alcune tecniche del suo Jeet Kune Do. L'intero programma del Wing Chun, in occidente, è stato in seguito tramandato dagli allievi del Gran Maestro Yip Man che hanno commesso, però, l'errore di trattare lo stile come un marchio, favorendo il proliferare di scuole che insegnano la medesima arte, con nome diverso, ma pronunciato in maniera identica. Ancora oggi il significato del nome resta incerto: molti ritengono infatti che il significato sia letteralmente "Forma della Radiosa Primavera"; ma recenti studi dimostrano che il primo a dare agli occidentali una tale traduzione fu proprio lo stesso Yip Man e che fino a Chan Wah Sun il Wing Chun era conosciuto invece come "Pugno dell'Eterna Primavera"

      H A P K I D O

    13.

     All'interno della storia dell'Hapkido moderno spiccano due personalità di grande rilievo: il gran maestro Choi Yong Sul e il gran maestro Ji Han Jae. A causa della gran varietà di informazioni, spesso anche in contrasto fra di loro, non è possibile determinare con esattezza chi dei due possa essere considerato come il vero fondatore dell'Hapkido. Sta di fatto però che entrambi hanno giocato un ruolo fondamentale nel suo sviluppo e possono quindi essere entrambi considerati i fondatori dell'Hapkido.

    Storia del gran maestro Choi Yong Sul

    Choi Yong Sul nacque nel 1904 in Corea, nella provincia di Chung Buk. Qui visse in un paesino chiamato Yong Dong. La Corea all'epoca era sotto il dominio del Giappone e all'età di otto anni Choi incontrò un mercante di dolciumi giapponese chiamto Morimoto, il quale, non avendo figli propri, prima di ritornare in Giappone rapì il piccolo Choi, portandolo via con sé come suo figlio adottivo. Ben presto però Morimoto si rese conto che il bambino aveva un carattere difficile e si opponeva con tutte le sue forze all'adozione, ragion per cui, appena dopo essere arrivato al villaggio giapponese di Moji, decise di abbandonarlo a sé stesso. Choi, rimasto solo, andò a Osaka, dove si guadagnò da vivere mendicando. Dopo essere stato fermato dalla polizia, capitò in un tempio buddista, dove incontrò un monaco chiamato Kintaro Wadanabi. Il piccolo Choi visse con lui al tempio per due anni, ma la sua vita in Giappone era tutt'altro che facile: sapeva solo qualche parola di giapponese e aveva molti problemi nell'apprendimento. Inoltre era uno straniero e spesso gli altri bambini lo picchiavanoper questo. Kintaro Wadanabi decise quindi di mandare il bambino dal suo amico Sokaku Takeda (1859-1943), che era a capo di una scuola di Daito-Ryu Aikijujitsu, uno stile derivato dall'antico Jujitsu giapponese che usa tecniche di bloccaggio di gomito e spalla come difesa da attacchi con armi e a mani nude. Molti dei suoi movimenti sono simili a quelli dell'arte giapponese del Kendo, la scherma con la spada lunga. Il Daito-Ryu Aikijujitsu era stato fondato nell'XI secolo da Minamoto Yoshimitsu e la sua tradizione all'epoca di Choi imponeva che solo i samurai di rango più elevato della famiglia Takeda potessero apprenderlo (nel corso dei secoli l'Aikijujitsu era stato tramandato solo all'interno di alcuni clan di samurai; dopa la fine del feudalesimo, avvenuta nell'epoca Meiji, Saigo Tanomo aveva tramandato quest'arte a Sokaku Takeda).

    Takeda però volle infrangere le regole e fu il primo a insegnare l'Aikijujitsu agli esterni. Choi visse per una trentina d'anni all'interno della casa di Sokaku Takeda. Stando alle dichiarazioni di Choi, lui fu l'unico a imparare tutte le 3808 tecniche del Daito-Ryu Aikijujitsu; un altro importante allievo di Takeda fu Morihei Ueshiba (1883-1969), il fondatore dell'Aikido. Non appena fu chiaro che il Giappone avrebbe perso la Seconda Guerra Mondiale, Sokaku Takeda si tolse la vita lasciandosi morire di fame, ma prima ordinò a Choi di fare ritorno in Corea. Durante il viaggio gli vennero rubate tutte le valigie, che contenevano fra le altre cose anche tutti i suoi soldi e tutti i certificati che Sokaku Takeda gli aveva rilasciato. Una volta in Corea, Choi si stabilì nel villaggio di Taegu, situato nella provincia di Kyung Buk, dove mantenne la sua famiglia vendendo biscotti di riso.

    Il 21 febbraio 1948 fu una data cruciale nella storia del gran maestro Choi: coi suoi risparmi egli aveva comprato alcuni maiali, e per ingrassarli aveva bisogno di grano. Si fece perciò assumere da una distilleria che produceva vino coreano e pagava i suoi impiegati in grano: quel giorno, il 21 febbraio, Choi era in fila ad attendere il suo turno di paga, ma alcuni altri impiegati cercarono di superarlo. Ne nacque uno scontro fisico, e Choi non solo si difese efficacemente contro i suoi aggressori, ma lo fece anche con la più grande naturalezza. Il figlio del padrone della distilleria, Suh Bok Sup, osservò la scena dal suo ufficio con notevole interesse: rimase affascinato dalle tecniche che Choi usava per difendersi, e dato che era cintura nera di Judo si rese conto che Choi doveva conoscere alla perfezione una efficacissima arte marziale. Lo convocò nel suo ufficio e gli chiese di insegnargliela. Choi accettò di buon grado e ottenne, come pagamento, soldi e grano. Chiaramente il fatto che il primo allievo di Choi fosse una cintura nera di Judo influì sullo sviluppo dell'Hapkido: a questo periodo risalgono tutte le tecniche di difesa da prese al polso, alla manica, al collo e le difese da proiezioni. Ovviamente all'inizio Suh Bok Sup era interessato principalmente a difendersi dagli attacchi del Judo. Choi diede a questa arte marziale il nome Yawara, ma lo cambiò diverse volte: Yu Sul (arte morbida), Yu Kwon Sul (arte morbida con tecniche di mano), Hapki Yu Kwon Sul (arte morbida con tecniche di mano in armonia con l'energia). Qualche anno più tardi Choi divenne guardia del corpo e capo della squadra di sicurezza del padre di Suh Bok Sup, e tenne anche delle conferenze.

    Il 12 febbraio 1951 Choi e Suh Bok Sup aprirono una scuola, e nel 1958 cambiarono deifinitivamente il nome della loro arte marziale in Hapkido. Nella loro scuola insegnava anche Kim Moo-Hyun, che stando alle dichiarazioni di Suh Bok Sup arricchì l'Hapkido dei calci che aveva appreso in vari templi della Corea. Kim Moo-Hyun inoltre era molto vicino al gran maestro Ji Han Jae e spesso andava a insegnare alla sua scuola di Seul. E' molto probabile che molti dei calci dell'Hapkido risalgano proprio a questo periodo.

    Nel 1963 Choi divenne il Presidente della neonata Korean Kido Association, un'organizzazione riconosciuta a livello statale che patrocinava tutte le arti marziali coreane. Nel 1982 Choi andò negli Stati Uniti per importarvi l'Hapkido. Nominò come suo successore Chang Chin Il con la speranza che sarebbe stato in grado di creare un'unione di maestri di Hapkido negli Stati Uniti. Purtroppo il suo desiderio non si realizzò, e nel 1986 Choi morì e venne sepolto a Taegu, in Corea.

    Vita del gran maestro Ji Han Jae

    Ji Han Jae nacque nel 1936 in Corea, ad Andong. Nel 1949, all'età di tredici anni, cominiciò ad allenarsi nella scuola del gran maestro Choi, a Taegu. In breve divenne uno dei suoi migliori allievi. Ji rimase alla palestra del maestro Choi fino al 1956, poi continuò gli allenamenti con un Maestro chiamato “Lee del Tao”, dal quale apprese i calci del Tae Kyon, le tecniche di Jang-Bong (bastone lungo), Dan-Bong (bastone corto) e tecniche di meditazione.

    Sotto la guida di una suora (che egli chiamava solo col nome di “nonna”) apprese le tecniche spirituali. Nel 1958 lasciò Taegu e fece ritorno ad Andong, dove aprì la sua scuola, che chiamò Sung Moo Kwan. All'epoca egli era cintura nera 3° Dan di Yu Kwan Sool. Nove mesi dopo si trasferì a Seul; alla sua scuola cominciarono la loro carriera due celebri Maestri di arti marziali poi emigrati negli Stati Uniti: Han Bong-Soo (fondatore dell'International Hapkido Federation) e Myung Kwang-Sik (fondatore della World Hapkido Federation), che più tardi ottennero entrambi il 9°Dan, Han Bong-Soo nel 1984 e Myung Kwang-Sik nel 1986.

    A Seul Ji cominciò a sviluppare uno stile personale grazie alla combinazione delle tecniche insegnategli dal gran maestro Choi con i calci del Tae Kyon, con l'uso delle armi e con tecniche di meditazione. Egli chiamò questa nuova arte, nata dalle fusione dei quattro elementi, Hapkido. In segno di rispetto verso il suo Maestro, in seguito egli sostenne che era stato Choi a usare per primo questo nome.

    All'epoca, vicino alla sua Scuola si trovavano alcune palestre di boxe; fino ad allora nell'Hapkido si usavano solo tecniche di difesa da pugno che partivano dal presupposto che le braccia rimanessero tese dopo aver sferzato il pugno, perché era quella la tecnica insegnata dalle altre scuole di arti marziali. Nella boxe, però, il braccio si ritraeva immediatamente dopo il pugno, quindi Ji sviluppò alcune tecniche di difesa da pugni “a colpo di frusta”.

    Molte tecniche dell'Hapkido furono il prodotto della realtà coreana del tempo indipendentemente dal loro creatore, Choi, Ji o altro maestro di Hapkido che fosse: tecniche di difesa da attacchi di coltello erano di basilare importanza in un mondo dove la bassa criminalità armata di pugnali stava prendendo sempre più piede. Le tecniche di difesa da calcio furono sviluppate per contrastare gli attacchi del Taekwondo, del Tang Soo Do, del Kong Soo Do e del Kwon Bupand. Le tecniche di Dan Bong (bastone corto) di difesa contro attacchi di spada furono sviluppati a causa della grande diffusione in Corea del Kendo.

    Nel 1961 il governo coreano venne rovesciato da un golpe del generale Park Chung-Hee, che poco tempo dopo divenne il nuovo Presidente della Corea. Nel 1962 Ji aprì una scuola nel grande magazzino Hwa Shin; in seguito divenne il responsabile dell'addestramento delle forze militari e del personale di sicurezza del Presidente. Divenne inoltre guardia del corpo personale del presidente Park.

    All'inizio degli Anni Sessanta le restrizioni sulle importazioni dei prodotti giapponesi si erano allentate, e a Ji capitò in mano un libro sull'Aikido. Egli notò che l'ideogramma della parola “Aikido” era esattamente identico a quello dell'Hapkido, pertanto decise di cambiarne il nome in Kido. Nel 1963 Ji divenne membro della Korean Kido Association, ma a seguito di alcune divergenze di opinioni la lasciò nel 1965, fondando la Korea Hapkido Association.

    Nel 1969 Ji venne inviato negli Stati Uniti all'interno di un programma di scambio tra il Pentagono e il governo coreano; una volta lì, Ji si occupò dell'addestramento di alcune guardie del corpo del presidente Nixon, di alcuni agenti dell'FBI e di diversi corpi speciali. Durante la sua permanenza in America conobbe Bruce Lee, che rimase molto colpito dal gran maestro Ji e gli chiese di allenarlo. Tra il 1972 e il 1974 Ji recitò in svariati film girati a Hong Kong: “L'ultimo combattimento di Chen”, che vedeva Ji come avversario di Bruce Lee; “Hapkido” , al fianco di Sammo Hung (noto per i suoi film con Jackie Chan) e Angela Mao Ying; “The Dragon Tamers” con Jackie Chan come curatore d'azione. Mentre si trovava a Hong Kong, Ji fu allenatore di Bruce Lee.

    Nel 1973 Ji, con la collaborazione di Kim Moo-Hong e Myong Jae-Nam, fondò la Republic of Korea Hapkido Association, che più tardi venne ribattezzata Korea Hapkido Association. Ji detenne la carica di Presidente fino al 1979, e il suo successore fu il suo allievo Oh Se-Lim, che aveva cominciato ad apprendere l'Hapkido alla palestra di Andong del gran maestro Ji nel 1958. Nel 1980 la Korea Hapkido Association mutò nuovamente nome, e venne chiamata Korea Hapkido Federation.

    Nel 1979 il presidente coreano Park Chung-Hee rimase vittima di un attentato; il suo assassino, Kim Chae-Kyu, era il capo dei Servizi Segreti coreani e allievo del gran maestro Ji, che oltretutto lo aveva incoraggiato a diventare capo dei Servizi Segreti. Pertanto Ji venne accusato di complicità nell'assassinio e rimase in prigione per circa un anno, dove sviluppò un nuovo sistema di tecniche che chiamò Sin Moo Hapkido. Questa nuova arte era più attenta al lato spirituale della marzialità.

    Intorno al 1981 Ji andò a Hong Kong e cominciò a prepararsi per trasferirsi negli Stati Uniti. A Hong Kong recitò nel film ”Tower of death” nel quale ebbe un ruolo secondario, e in altri film.

    Nel 1984 Ji, nel suo viaggio verso gli Stati Uniti, si fermò in Germania, dove rincontrò i suoi due allievi Kim Sou-Bong e Song Il-Hack. Una volta in America aprì una palestra di Sin Moo Hapkido a Daly, nelle vicinanze di San Francisco.

    Molti maestri di Hapkido di alto grado se ne andarono dalla Corea per diffondere l'Hapkido nel mondo; molti si stabilirono negli Stati Uniti. La maggior parte dei Gran Maestri di Hapkido sono ex-allievi di Ji Han Jae, sebbene oggi molti di loro considerino Choi come loro maestro. Le spiegazioni del loro voltafaccia nei confronti del gran maestro Ji sono molteplici: lo stesso Ji, in un'intervista, ha dichiarato di aver fatto fortuna quando era ancora troppo giovane; molti dei suoi allievi inoltre erano anche più giovani di lui, e dopo essere stati allenati anche da Choi, considerarono lui, più anziano e più rispettato, come loro maestro. Altri sostengono che molti maestri coreani considerano Ji corresponsabile della morte del presidente Park, e perciò ancora oggi provano odio nei suoi confronti. Inoltre molti considerano degradante per l'Hapkido che nel film “L'ultimo combattimento di Chen” Ji, un maestro di Hapkido, venga sconfitto tanto in fretta da Bruce Lee. La diatriba su chi inventò le tecniche dell'Hapkido continua ancora oggi; alcuni affermano che in realtà Choi fino alla sua morte abbia insegnato il puro Daito-Ryu Aikijujitsu. D'altro canto alcuni sostengono invece che egli abbia unito diverse arti marziali coreane. Si dice che Choi mostrasse un vivo interesse per il Kendo e il Kumdo, il che farebbe pensare che fu lui a introdurre le tecniche di spada. Il gran maestro Ji rivendica l'introduzione delle tecniche di bastone da passeggio, delle tecniche di bastone lungo e corto, e di gran parte dei calci dell'Hapkido.

    Alcuni maestri di Hapkido svilupparono stili personali e combinarono le tradizionali tecniche dell'Hapkido con altre arti marziali, tecniche di meditazione, danza e scienze salutiste. Alcuni stili mostrano una certa preferenza per tecniche di forza, come le prese e tecniche di velocità. Altri divennero ancor più leggeri e ampi nei movimenti, avvicinandosi così all'Aikido. L'ambiente circostante alla scuola e al maestro ha sempre avuto un ruolo molto importante, e dato che i maestri di norma erano stranieri rispetto ai loro alievi, dovettero adattarsi alle arti marziali più praticate nella zona, e offrire tecniche di difesa che potessero contrastarle.

      K I C K     B O X I N G

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     Sport da combattimento, difesa personale, profonda preparazione fisica e dinamicità, sono le caratteristiche fondamentali del Kick Boxing, un metodo di lotta capace di soddisfare i palati dei principianti sia a livello amatoriale sia agonistico.

    Attorno a questo termine c'è purtroppo molta confusione, infatti, alcuni danno a questa parola un'accezione generica nella quale sono compresi tutti gli sport da combattimento che variano dalla Muay Thai al Full Contact, dalla Savate al Free-Fight ecc… In realtà la Kickboxing o Japanise Kickboxing rappresenta una disciplina ben precisa con un suo stile e una sua storia ben definita.È opinione di molti che la Kickboxing nasce negli Usa. In realtà, quando i promoters americani, che già conoscevano il Full Contact, decisero di lanciarsi nell'organizzazione di galà anche nei paesi del Sol Levante, si accorsero che uno stile come il Full Contact, che non ammette i calci in linea bassa, non poteva prendere piede perché sia in Giappone, che in Thailandia esistevano discipline più complete che ammettevano i micidiali "low-kicks" ed anche ginocchiate e gomitate.Nel 1976 Benny "The Jet" Urquidez, già campione di Full-Contact, e primo americano a confrontarsi con le regole giapponesi, e un ricco tour operator americano, Howard Hanson, s'incontrano e dal disaccordo con la P.K.A. (Professional Karate Association) decidono di fondare un'altra organizzazione denominata W.K.A. (World Karate Assiociation divenuta poi World Kickboxing Association). La W.K.A. nasceva da una considerazione molto importante: nessuna federazione poteva definirsi realmente mondiale senza la presenza dei paesi asiatici, i quali mal digerivano di non poter combattere con i calci in linea bassa. I meriti degli americani, quindi d’Urquidez e Hanson, furono dunque di aver capito la necessità di aggregare la realtà americana, che stava scoprendo il Karate Full Contact, e quell’asiatica già abituata ai combattimenti sul ring, per creare la prima organizzazione mondiale di sviluppo della Kickboxing originale, quella "made in Japan"!Le origini della Japanise Kickboxing risalgono agli anni Sessanta, quando dopo aver subito clamorose sconfitte sui ring di Bangkok della Muay Thai, i Giapponesi decisero di lanciare una nuova disciplina che permettesse loro di colmare il gap tecnico con i Thailandesi. Il nuovo metodo di combattimento prevedeva che gli atleti vestiti come thaiboxers, si affrontassero usando pugni, calci e ginocchiate, senza però andare in clinch. In sostanza i Giapponesi avevano tolto le peculiarità della Muay Thai, clinch e gomitate, per adattare il nuovo sport alle loro esigenze. Tale disciplina fu chiamata Kickboxing (da molti chiamata ancora oggi "Low-Kick", perché ammessi i calci in linea bassa). All'inizio non fu vita facile per questo nuovo stile di combattimento, perché i Thailandesi non erano intenzionati ad abbandonare il loro sport nazionale per cimentarsi in questa nuova disciplina. Gli Americani erano ancora agli inizi nel Karate e nel Taekwondo e la ricerca fu così indirizzata al vecchio continente, in particolare Francia e Olanda, che pullulava di Karateka, Judoka e Savateurs che accolsero di buon grado la sfida.

      S A N D A

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     San  ShouSan Shou (Sanda)  Il San Shou è il combattimento sportivo del Wushu.

    È un moderno sistema di tecniche applicate che deriva direttamante dalle forme degli stili tradizionali del Wushu. Già nell'etimologia del nome, il termine SAN (che significa "tre" in cinese) allude alle tre famiglie di colpi di cui si compone questa disciplina: le tecniche di braccia (pugni diretti, ganci, montanti tipici anche della boxe occidentale), le tecniche di gamba (calci frontali, laterali, volanti, spazzate) e, peculiarità del Sanda, le tecniche di sbilanciamento e proiezione a terra dell'avversario. Si tratta di un vasto ma accuratamente selezionato campionato di tecniche della massima efficacia non solo nel campo del combattimento sportivo, ma anche nell'ottica della pura difesa personale. Sia in gara che in allenamento si utilizzano adeguate protezioni (caschetto, guantoni, corpetto e paratibie) al fine di evitare inutili infortuni. La pratica costante del Sanda consente di acquistare resistenza fisica, fiato, potenza, ritmo e velocità, raffinatezza nel portare ogni tipo di colpo o proiezione e un buon equilibrio psicofisico.

    S A V A T E

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    Boxe francese“ SAVATE “Savate

    Il nome SAVATE fu coniato dal parigino Michel Casseux per meglio descrivere quello che da lì a poco sarebbe divenuto uno sport conosciuto e praticato anche dalla nobiltà della capitale francese.

     La SAVATE, che in francese vuol dire "ciabatta", era il modo di combattere e di difendersi dei malandrini che popolavano i rioni più squallidi di Parigi. Casseux (Parigi 1794-1869), ne studiò i movimenti, ne semplificò le parti più complesse nelle tecniche d'esecuzione e, così facendo, gettò le basi per una sua diffusione, alla quale egli stesso contribuì grazie alla propria palestra. Tutto questo suo prodigarsi lo fece diventare famoso, nonostante ciò, egli morì completamente solo nella miseria più nera. Un allievo di Michel Casseux continuò l'opera del suo maestro e nel 1830 prese parte al primo di numerosi incontri interdisciplinari che costellarono la vita di questo sport da combattimento. L'allievo si chiamava Charles Lecour (1808-1894). Egli perse il confronto con un campione di pugilato inglese ma fu proprio questo che fece scoccare la scintilla per l'evoluzione tecnica della SAVATE, che fino a quel momento si basava quasi esclusivamente sui colpi di piede. Infatti, gli istruttori dell'epoca sentirono il bisogno di apprendere e perfezionare la "noble art" (così chiamavano la Boxe Inglese) dai cugini d'oltre manica. Prese vita, in questo modo, la Boxe Francese SAVATE come sintesi della Boxe Inglese. Contemporaneamente alle imprese di Charles Lecour anche il fratello Hubert si prodigò alla diffusione di questo sport. Insieme riuscirono a dare alla borghesia quelle nozioni basilari, e nello stesso tempo fondamentali, in modo che questi, potendo contare sui loro mezzi, potevano transitare anche nei ghetti più malfamati. Le palestre che sorsero riscorsero un enorme successo. I letterati stessi dell'epoca rimasero influenzati dalla veloce diffusione di questa disciplina tanto che Jules Valles, noto scrittore francese che visse intorno all'anno 1850, scrisse in un racconto che il personaggio principale era dedito a prendere lezioni da un maestro di SAVATE. Anche Alexandre Dumas (padre) e Theophile Gautier si vantarono nei loro scritti di essere buoni conoscitori delle tecniche della Boxe Francese. I tempi erano ormai maturi e gli anni che seguirono furono i più intensi e ricchi di gesta che la SAVATE ricordi. Molti atleti divennero famosi combattendo con la SAVATE ma uno in particolare si distinse per la sua mole e per la sua forza. Costui si chiamava Luis Vigneron, un colosso di ben 100 kg. Per un'altezza ragguardevole di 198 cm. Luis era nato a Parigi 11 aprile 1827 e lavorava come tornitore meccanico in un'officina. Egli aveva imparato la Boxe Francese nel 1848 prendendo lezioni nel retrobottega di un mercante di vini, di nome Guerineau. Era abbastanza solito all'epoca ritrovarsi nei retrobottega dei negozi per praticare la SAVATE, ed erano gli stessi padroni che alimentavano questa usanza per sfruttare la situazione a scopo pubblicitario. Il giovane Vigneron si mise in luce per la sua forza e per la sua violenza quando un giorno durante un ritrovo con alcuni amici, perché questi ultimi, in un giorno particolarmente euforico, continuavano a prenderlo in giro, lui perse la pazienza e scaraventò fuori dalla finestra il suo amico Charles Neveu. Precipitando sul selciato dall'altezza di ben due piani il poveretto morì. Vigneron dovette passare un breve periodo in prigione per omicidio colposo. In ogni modo oltre che per la sua poderosa potenza egli fu ricordato anche per la sua leggerezza nello spostarsi sul ring e per l'incredibile rapidità. Più volte dimostrò l'efficacia della Boxe Francese affrontando e sconfiggendo uomini armati di coltello e boxeur venuti d'oltremanica. Famosi rimasero due incontri. Il primo contro un lottatore Arpin detto "il terribile savoiardo" e il secondo, nel 1854, contro Dickson celebre boxeur inglese. Vigneron si stava, con il tempo, trasformando in un'attrazione da baraccone e fu proprio questo che gli stroncò la vita. Durante una delle sue innumerevoli esibizioni, cercando di sollevare un cannone di ben 305 kg, perse l'equilibrio e ne rimase schiacciato morendo sul colpo. Fu sepolto nel cimitero di Piere Lachaise il 5 agosto 1871. Nel frattempo con la nascita di Joseph-Pierre Charlemont, nel 1839 a Parigi, la SAVATE stava per conoscere uno degli atleti che la resero famosa anche al di fuori della Francia. Joseph cominciò a praticare la SAVATE fin da giovane e all'età di 22 anni era già maestro d'armi del 99° reggimento di fanteria. Eccelleva nell'uso della spada, nell'uso della Canne (bastone da passeggio usato come arma) e del Baton (bastone). Il successo e l'efficacia della Boxe Francese fu presto riconosciuto ed entrò di diritto nelle discipline d'insegnamento dei Maestri d'armi. Famose divennero le dimostrazioni pubbliche eseguite insieme al suo Maestro e amico Luis Vigneron; la sua storia, come combattente e insegnante, fu interrotta dal periodo storico della Comune di Parigi. Charlemont fu un simpatizzante di questo movimento rivoluzionario e ciò lo obbligò a ripararsi in Belgio durante la repressione di Versailles. In Belgio continuò a praticare la Boxe Francese trovando, inaspettatamente, un terreno fertile dove poté sviluppare e diffondere questo sport da combattimento. Proprio durante questo periodo, Charlemont pubblicò il primo scritto tecnico relativo alla Boxe Francese, creando il "Metodo Charlemont". Ritornò in Francia nel 1879 e nello stesso anno fondò la palestra "ACCADEMIE DE BOXE" o "ACCADEMIE CHARLEMONT" che per numerosi anni a venire fu considerata il tempio della Boxe Francese. Essa era situata a Parigi al nr. 24 di Rue des Martys. Nel 1883 il figlio Charles subentrò alla figura paterna sia nella conduzione della palestra sia nell'opera divulgativa della SAVATE. Charles fu un bambino precoce nella pratica di questo sport da combattimento, tanto che la sua prima dimostrazione pubblica la fece all'età di soli 6 anni. Egli acquisì una notorietà che superò ben presto quella del padre e lo portò come invitato anche all'estero per tenere stage e dimostrazioni di questo modo innovativo di combattere. Fu proprio durante un suo viaggio in Inghilterra che, l'allora campione, Jerry Driscoll gli lanciò la sfida per un combattimento interdisciplinare che aveva come scopo il dimostrare come la Boxe Inglese continuasse ad essere lo sport da combattimento più efficace. Il match fu denominato "le combat du siecle". Driscoll intraprese un allenamento molto intenso per apprendere le schivate, le parate sui colpi di piede. La data fu fissata per il 28 ottobre 1899 a Parigi, il regolamento prevedeva la fine del match unicamente per fuori combattimento di uno dei due contendenti, con round di 3 minuti di combattimento e uno di riposo. Entrambi i contendenti dovevano combattere a torso nudo con Driscoll in pantaloncini da boxe e Charlemont in pantacollant. Driscoll, al momento del match aveva 32 anni mentre Charlemont era 5 anni più vecchio, entrambi pesavano 82 Kg. Il combattimento si dovette tenere in una palestra a causa della mancata autorizzazione della polizia a far svolgere la manifestazione in pubblico. Il match terminò all'ottavo round quando Charlemont, approfittando di un momento di distrazione, colpì Driscoll con un colpo di piede all'addome. Questi non riuscì più a continuare e Charlemont fu dichiarato vincitore. Nonostante questa vittoria, la SAVATE entrò in una fase di declino. Visto il successo ottenuto anche la nobiltà cominciò a praticarla modificandone la natura, la quale si tramutò in una pseudo-danza. Nel frattempo la Boxe Inglese si diffuse rapidamente grazie al giro d'affari che riusciva a procurare sia ai praticanti, ai manager e per le scommesse. Nel 1903 la "Federazione Francese delle Società di Boxe Inglese" (Federation Francaise des societes de Boxe) si prefissò un obiettivo: quello di unire sotto un'unica bandiera le due boxe contendenti al fine di promuoverne la pratica, ma Charles Charlemont rifiutò tale invito relegando la Boxe Francese a sport da combattimento minoritario. La SAVATE fu presentata come sport dimostrativo alle Olimpiadi di Parigi nel 1924, ma questo fu uno dei pochi lampi di luce di una fiamma che cominciava a spegnersi. La Boxe Francese non scomparve mai definitivamente, grazie all'amore e alla passione di pochi praticanti. E fu proprio grazie a questi che si poté giungere al 1937 al primo campionato di Francia. La Seconda Guerra Mondiale fermò forzatamente tutto per l'ennesima volta. Subito dopo la fine della guerra, il conte Pierre Barozzi (detto Baruzy), di origini veneziane, accettò di diventare presidente della commissione di Boxe Francese (carica che conserva tuttora come titolo onorifico, all'età di oltre ottant'anni) e fu il primo passo verso una veloce ripresa. Il 5 gennaio 1965, nacque, grazie all'interessamento di due nuove figure, Bernard Plaisait e Marc Kunstlè, il Comitato Nazionale di Boxe Francese (CNBF) il quale annoverava tra le sue file nomi illustri del recente passato come Georges Carpentier (presidente ad onore, campione di Boxe nei primi anni del 1900 ma che aveva praticato SAVATE nella sua giovinezza) e del tempo come lo stesso Baruzy (presidente fondatore). Il 12 dicembre dello stesso anno la C.N.B.F. viene incorporata nella Federazione Francese di Judo e Discipline Associate (FFJDA). Questa unione che continuerà fino al 1973 diede la possibilità di ricostruire una struttura amministrativa valida prendendo come termine di paragone quella di una federazione ormai sulla cresta dell'onda da parecchi anni. In questo stesso periodo vengono definitivamente codificate le tecniche ammesse e quelle vietate durante tutti i livelli di combattimento e furono codificate le "regole di arbitraggio". Ormai la SAVATE Boxe Francese aveva imboccato la retta via che la portò nel 1970 all'organizzazione della prima edizione della Coppa Europea di SAVATE. Nel 1973 uno scontro di ideologie tra tendenza educativa e formativa dello sport ed efficacia dello stesso portarono alla scissione del CNBF dalla FFJDA. Si formò così una federazione autonoma. Questa uscita provocò numerose fazioni in seno alla stessa, tanto che un gruppo minoritario di atleti si staccò per formare la Federazione Nazionale di Boxe Francese (FNBF). La FNBF in poco tempo riuscì ad acquisire così tante adesioni che già al secondo anno della sua esistenza aveva superato la federazione principale, la FNSBF, iscrivendo, nel 1975 ben 4000 agonisti, quattro volte più dell'antagonista! Nel 1976 avvenne un cambio di immagine. La FNBF cambiò nome divenendo Federazione Francese di Boxe Francese SAVATE e Discipline Simili. Il presidente a quell'epoca era Marc Kunstlè che portò nel 1978 alla riunificazione di tutte le federazioni minoritarie in seno alla FFBFSDA. Numerosi Presidenti si successero da quel giorno e la possibilità di lavorare in tranquillità, permise di portare la SAVATE Boxe-Francese ad allori impensabili all'epoca dei suoi fondatori.

    T' a i    C h i     C h ' u a n

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    T'ai Chi Ch'uan fa parte della grande famiglia delle Arti Marziali tradizionali cinesi. Il suo nome significa boxe della suprema polarità.

     Il T'ai Chi viene oggi praticato come una ginnastica morbida e meditativa, particolarmente indicata per la salute psicofisica perchè stimola e potenzia l'energia vitale dell'uomo.

      C A P O E I R A

    18.
     
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    Le origini della Capoeira si perdono agli albori della schiavitù africana. Pare si tratti di una forma di combattimento mascherata da danza, essendo illegale per gli schiavi addestrarsi al combattimento. O più probabilmente  la ritualità della danza ne rappresenta l''aspetto più armonioso e festivo.
    Verso la metà del 1600 appaiono i primi testi scritti di schiavisti che descrivono questo stano rito - combattimento ad popera degli schiavi (sopratutto quelli fuggiti, che si riunivano in villaggi)
    Con la liberazione degli schiavi a fine 1600 la Capoeira diventa sinonimo di bande delinquenziali, subendo i
    problemi di integrazione degli ex schiavi.
    Nel 1930 esce dall'ombra e diventa uno tra i principali sport Brasiliani. Sino a diventare ufficialmente lo sport nazionale Brasiliano nel 1974 .

    B U D O     Y OS E I K A N

    19.
     
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    Il il Budo Yoseikan è stato creato da Hiroo Mochizuki, campione giapponese di arti marziali classiche quali il Karate, il Judo e l'Aikido e il Kobudo per le armi bianche (Sai, nunciaku, bo, Tonfa, Kama, ma anche Katana). Il maestro, dopo una lunga esperienza decise di creare un suo stile di combattimento essenziale ed efficace, ripulito cioè da tanti elementi classici di forma più che di sostanza. Trasferitosi in Francia, trovò presto numerosi seguaci, grazie all'efficacia del suo stile.  Da allora il Budo Yoseikan ha conosciuto un costante sviluppo
    nel mondo e generato grandi campioni di arti marziali.

       H W A     R A N G    D O

    20.
     
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    Joo Bang Lee
    L'Hwa Rang Do nasce da una più antica arte marziale Coreana, risalete a prima di Cristo. Era l'arte di combattimento dei temibili cavalieri, guerrieri Hwarang. L'aristocrazia combattente Coreana. Varie vicissitudini costrinsero i praticanti di ques'arte a secoli di studi e allenamenti nascosi, essendo diventata illegale, e praticata principalmente dai monaci del confucianesimo, a cui si associò storicamente. Nel 1940 il monaco Suahm Dosa, depositario del titolo di  Hwarang della 57° generazione insegnò a Joo Bang Lee e suo fratello (di 4 e 5 annI !!!) per oltre 30 anni le arti dei cavalieri Hwarang, nominando infine Joo Bang Lee col titolo di Hwarang della 58° generazione. Il quale corse a brevettare il copyright e diventò ufficialmente l'unico legalmente autorizzato ad usare e trasmettere l'antico
    titolo. Ma le traversie non sono finite. Il maestro Suahm Dosa non vuole che le Joo Bang Lee insegni pubblicamente le tecniche Hwarang (troppo pericolose, a suo dire) e Joo Bang Lee crea insieme ai maestri YuSool e YongSul Choi l'arte marziale Hap ki do.  Altri 8 anni di traversie, poi Joo Bang Lee ottiene il permesso di insegnare le antiche arti Hwarang col nome di Hwa Rang Do, e si stacca completamente dall'Hap ki do. Infine nel 1990 il Maestro sviluppa il Tae Soo Do (anch'esso con copyright personale), un metodo semplificato per i principianti, e introduttivo al vero e proprio Hwa Rang Do. Essendo, il Dr. Joo Bang Lee il posessore dei copyright è l'unico che può decidere praticamente tutto, evitando il disintegrarsi di quest'arte in tanti stili, come capita a tutte le arti marziali, e snaturandosi.
    Hwarang  Significa "giovane uomo"
    Rangdo  Significa "gruppo di giovani"

    J E E T    K U N E    D O

    21.
     
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    Bruce Lee
    La storia del Jeet Kune Do è legata ovviamente alla storia di Bruce Lee e alle sue esperienze marziali. Il Nome Jeet Kune Do incomincia ad essere usato da Lee dal 1967, ma l'elaborazione del suo stile viene da anni di esperienza nella boxe cinese wung chun e nella boxe occidentale. Al giorno d'oggi l'arte è portata avanti dall'associazione Nucleos, coordinata da Linda Lee. Esistono 2 versioni di JKD. The Original, o Jun Fan Jeet Kune Do, che resta legato alle tecniche codificate da Bruce Lee nel: "Tao del JKD". E il Jun Fan Jeet Kune Do Concepts portatoa vanti da Dan Inosanto, collega e allievo di Bruce Lee, che evolve i concetti del JKD e li integra con la Kali filippina.
    Jeet Kune Do  Significa "via per intercettare i pugni"

    K A L A R I P A Y A T

    22.
     
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    La Kalaripayat è forse l'arte marziale più antica, da cui derivano tutti gli altri metodi di combattimento asiatici. E' di origine indiana, del Kerala, e risale probabilmente al sesto secolo DC. Affiancato allo Yoga rappresentava l'arte esterna per i guerrieri. Ma era anche un metodo di salute e guarigione, utile per irrobustire, e infine un tipo di danza. L'elemento della danza è anche oggi molto sviluppato. Il Kalaripayat secondo la leggenda-storia fu portato in Cina da un leggendario monaco: Bodhidharma. Che introdusse anche il buddismo in Cina.
    Bodhidharma insegno ai monaci del monastero Shaolin (proprio loro) una ginnastica e metodo di combattimento atto ad irrobustirli e fare circolare l'energia. Pare infatti
    che i monaci Shaolin fossero a quei tempi piuttosto deboli e malsopportassero fisicamente   lughi periodi di meditazione. Entusiasti di questa arte, i monaci la elaborarono sempre più sino a formare il Kung Fu.

      K O B U D O

    23.
     
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    Il Kobudo nasce a Okinawa. Gli abitanti di questa isola dovettero difendersi per secoli da pirati e invasori, cinesi, coreani e giapponesi. Inoltre fu proibito loro l'uso di armi. Fu così che si svilupparono tecniche di combattimento che sfruttavano gli oggetti comuni che i contadini e pescatori avevano a disposizione per svolgere il loro lavoro. Vedi ad esempio i remi, i falcetti per il grano e i vari bastoni. Altre armi pare siano state importate dai monaci cinesi. E' nei primi del 900 che il maestro Shinko Matayoshi crea una scuola di Kobudo
    che riunisce le armi principali, e suo figlio Shimpo nel 1970 fonda la Federazione del Kobudo.

      K R A B I     K R A B O N G

    24.
     
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    Il Krabi Krabong è un'antica arte di combattimento dei guerrieri Thailandesi, che dovettero difendersi da numerose invasioni da parte dei confinanti Cina, Birmania e Giappone. Quindi la sua efficacia si è codificata sui campi di battaglia.

    E' l'antenata della Boxe Thailandese, o meglio, la boxe thailandese è la verione più agonistica di questa arte. Le armi lunghe e corte ne rappresentano la base, così come un feroce combattimento corpo a corpo privo di colpi vietati. Una versione più blanda è insegnata nelle scuole Thailandesi, come legittima difesa. La versione più reale è insegnata alle forze speciali.

      K R A V    M A G A

    25.
     
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    La Krav Maga nasce in Israele dalla fusione di un'arte di combattimento, la Kapap, che serviva ad addestrare le formazioni d'elite del neo nato stato Israeliano, e dall'elaborazione effettuata su queste tecniche da Imi Lichtenfeld.
    Imi Lichtenfeld, nato in Ungheria, era allora un campione in molti sport, tra cui la boxe e la lotta. Decise di andare in Israele per aiutare lo stato ebraico, Qui divenne istruttore dell'esercito e assieme al maestro di Kapap Moni Aizik elaborò la Krav Maga. Una versione
    complessa per le forze d'elite e una più semplice e immediata per l'esercito normale. Nel 1978 fonda e diviene presidente della Israeli Krav Maga Association.
    Krav Maga  Significa "lotta corpo a corpo"

      S A M B O

    26.
     
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    Il Sambo è un'arte di combattimento creata in Unione Sovietica. Fu ideata nel 1923 per la polizia segreta e per l'esercito, elaborando stili di lotta differenti. Fino a diventare una disciplina ufficiale nel 1935, con il nome appunto di Sambo, e vede i primi campionati disputati nel 1947.

    Un pò tutte le arti di combattimento orientali e occidentali hanno dato qualche tecnica al Sambo, che si presenta come l'arte di combattimento più ricca di tecniche (non solo di lotta)

    Negli ultimi anni è stata diffusa anche tra il popolo russo, perdendo il velo di segretezza e mistero che l'avvolgeva. E' attualmente praticata da molti Russi e ritenuta una arte da combattimento per eccellenza.

      S I L A T  (PENCAK)

    27.
     
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    Il Pencak Silat è una arte marziale Indonesiana - Malese di cui abbiamo tracce già dal sedicesimo secolo DC.

    Questa arte marziale si è sempre sviluppata in clandestinità, e non ama la pubblicità o trasformazioni agonistiche. E' un'arte di combattimento reale ed essenziale, creata sui cambi di battaglia e nelle strade.

    Attualmente esistono più di 200 stili diversi di questa arte, che si differenziano parecchio l'uno dall'altro. Rimane difficile trovare maesti dello stile "vecchio" dove i bersagli principalmente sono i punti deboli e di solito vietati dalle arti marziali agonistiche.

    Attualemente questa arte è molto sviluppata nell'arcipelago Indonesiano.

      V O V I N A M    V I E T    V O   D A O

    28.
     
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    L'arte marziale Vietnamita è vecchia di 2000 anni AC, si hanno infatti graffiti e raffigurazioni varie di tecniche base di combattimento risalenti a quel periodo.

     

    Nei primi secoli DC i Vietnamiti si scontrano con i Cinesi e raffinano la loro arte marziale come addestramento dell'esercito. Si creano anche i principi teorici base del combattimento.

     

    Tra il 1000 e il 1500 durante l'indipendenza del Vietnam l'arte di combattimento Vietnamita serve come elemento di unificazione del popolo, e diventa una vera e propria filosofia di vita.

    Decade nel tempo sopratutto a causa delle dominazioni subite dai Vietnamiti, fino a rinascere nei primi anni del 1940 grazie all’opera del Maestro Nguyen Loc che codifica l'arte e le tecniche Vietnamite col nome di Vo Viet Nam che diventa poi ufficialmente Vovinam Viet Vo Dao.
    Il maestro Phan Hoag, suo discepolo e sucessore, negli anni 60 gira in cina e occidente a studiare le altre arti marziali, e fonda la federazione internazionale Viet Vo Dao.

     

     

     

     

     

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